Compenso tagliato al commissario Alitalia E lui sbatte la porta

Dopo tre anni esatti, Augusto Fantozzi si è dimesso dall’incarico di commissario straordinario di Alitalia. Forse non sarebbe nemmeno una grande notizia, se il fatto non fosse avvenuto con un sonoro sbatter d’uscio e una replica di «profondo rammarico» da parte del governo. Che cosa ha spinto il due volte ex ministro, titolare di un autorevole studio legale-tributario nel cuore di Roma, a rinunciare al ruolo affidatogli da questo stesso governo nell’agosto del 2008? Una piccola norma contenuta nella manovra economico finanziaria, tesa ad accelerare le procedure di liquidazione in corso; questa dice che, là dove esistano procedure affidate a un solo commissario, a questi il governo può affiancarne altri due per rendere più veloce l’esito dell’amministrazione straordinaria. Fantozzi, cioè, avrebbe potuto ritrovarsi, a breve, a dover condividere poteri, decisioni e compenso con altri due professionisti. Apriti cielo! Questo è bastato ad offendere l’ex ministro delle Finanze (governo Dini) e del Commercio estero (Prodi uno), il quale ha repentinamente rinunciato al suo incarico, spiegando con un comunicato pubblicato sul sito dell’Alitalia in liquidazione che «è venuta meno la fiducia del governo nei suoi confronti». La presidenza del Consiglio ha risposto prendendo atto «con profondo rammarico delle dimissioni rassegnate», senza altri fronzoli.
Fin qui la vicenda nuda e cruda. Molti si sono chiesti se l’apparenza corrisponda alla sostanza, oppure se si possano ricercare motivazioni diverse. E, scavando, emergono almeno due supposizioni, che, pur con le dovute cautele, non possono essere taciute.
La prima è politica. Fantozzi nei tre anni della sua attività di liquidatore ha ceduto il grosso del patrimonio della compagnia. La prossima fase da affrontare riguarda le revocatorie, ovvero il «richiamo» di pagamenti effettuati dai precedenti amministratori, nonchè l’avvio, come richiesto dalla legge, di eventuali azioni di responsabilità. Un’operazione molto delicata, in grado di coinvolgere personaggi illustri. È almeno verosimile che l’intento di affiancagli altri due commissari di nomina governativa potesse derivare da questa motivazione. O che questa motivazione sia stata immaginata per indurlo alle dimissioni.
La seconda è di natura economica, e riguarda le tasche e il portafogli del professor Fantozzi. Un altro episodio riconducibile alla grande abbuffata della casta. Per i primi due anni di lavoro, Fantozzi ha incassato tre milioni all’anno, sei milioni in tutto: cifre ufficiali, emerse nella relazione consegnata al ministro dello Sviluppo economico nel gennaio 2011. Il compenso di un commissario si misura in base alla legge, che prevede un compenso finale proporzionale all’attivo realizzato e al passivo accertato. Alla fine della procedura queste due voci si sommano, si detrae quanto incassato dal commissario, e gli si liquida, se c’è, la differenza. Ma se il commissario negli anni ha incassato più del risultato finale, non deve restituire nulla.
Veniamo ai conti di Alitalia. Da un primo calcolo approssimativo le cose starebbero così: le cessioni, a gennaio, ammontavano a 1,14 miliardi, sui quali il liquidatore ha diritto allo 0,10%: 1,1 milioni. Il passivo accertato, sulla base degli ultimi bilanci ante-procedura, era di circa 3 miliardi, sui quali al liquidatore spetta lo 0,05%: 1,5 milioni. In tutto fa, a spanne, 2,6 milioni, quando Fantozzi già nei primi due anni ne ha incassati sei, più del doppio. Egli non avrebbe dunque alcun interesse a proseguire in un lavoro ormai in gran parte compiuto, visto che, anche completandolo, non andrebbe a incassare alcun saldo. E quel che ha preso ha preso: senza obbligo di restituire nulla.