«Conclave» record per la sentenza su Imi-Sir

Sulla vicenda pesa la nuova indagine che ha portato al rinvio a giudizio per corruzione dell’ex avvocato di Nino Rovelli. La difesa di Cesare Previti: «Il dibattimento è stato falsato»

da Milano
Una camera di consiglio lunghissima: cinque giorni. Finalmente, questa mattina il verdetto. Il processo d’appello Imi-Sir/Lodo Mondadori è alle battute finali. Oggi il presidente Roberto Pallini leggerà, addirittura, in Aula magna, la sentenza. In primo grado gli imputati avevano subito condanne pesantissime: 13 anni per Vittorio Metta, il giudice relatore delle cause civili Lodo Mondadori e Imi-Sir; 11 per Cesare Previti e altrettanti per l’avvocato Attilio Pacifico; 8 anni e 6 mesi per l’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante; 6 anni per Felice Rovelli e 4 e mezzo per la madre Primarosa Battistella.
Pene esemplari per uno dei due grandi processi, insieme allo Sme, nati dalla complessa indagine cominciata nel 1995 con le torrenziali dichiarazioni di Stefania Ariosto e ribattezzata Toghe sporche.
Poco prima che i giudici si chiudessero in «conclave», Metta ha citato la Colonna infame di Alessandro Manzoni, ha parlato di «congetture e sospetti» e ha aggiunto: «Non temo la condanna per quello che fisicamente comporta, ma per quello che significa moralmente: la discussione di 39 anni di carriera di cui sono orgoglioso». Eppure per i giudici di primo grado e per l’accusa, che ha chiesto la conferma delle condanne, Metta deviò il corso della giustizia non una ma due volte: annullando il lodo arbitrale che aveva consegnato a De Benedetti la Mondadori e poi dando ragione ai Rovelli in una controversia contro la Sir del valore di mille miliardi di lire.
La vicenda Imi-Sir è stata in qualche modo riaperta dalla nuova indagine avviata dalla Procura di Milano e poi trasferita per competenza a Roma: la Procura della capitale ha chiesto pochi giorni fa il rinvio a giudizio dell’avvocato Mario Are per corruzione in atti giudiziari. Are era il difensore dell’imprenditore Nino Rovelli: Are avrebbe redatto la bozza che servì a Metta per scrivere la sentenza incriminata. Gli avvocati di Previti sostengono però che la pista Are, inspiegabilmente trascurata per lunghi anni, non era complementare ma alternativa a quella che invece portava a Previti, a Pacifico e all’avvocato Giovanni Acampora, condannato a sua volta, con rito abbreviato in un processo a parte, a 5 anni. «Proviamo a immaginare - ha detto in aula Alessandro Sammarco, difensore di Previti - che cosa sarebbe successo nel processo se fosse stato imputato Are: sarebbe uscito Previti, anche dall’immaginazione. Il dibattimento è stato falsato».
La lunghezza della camera di consiglio ha alimentato diverse letture. Forse la più semplice è la più interessante: Pallini è un giudice molto rigoroso, pignolo, studia tutti i dettagli quasi maniacalmente. La sua relazione di rievocazione dei fatti, in apertura di dibattimento, ha occupato 6 udienze e 830 pagine.
E, quel che più conta, le sue sentenze hanno sempre retto al vaglio della Cassazione. È successo di recente, a proposito di Piazza Fontana. In primo grado i tre imputati - Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni - erano andati dritti all’ergastolo; la Corte d’assise d’appello, presieduta da Pallini, ha fatto tabula rasa, la Cassazione ha confermato le assoluzioni e il caso è finito in archivio. Un precedente che pesa.

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