Concorrenza per sopravvivere

Luca Cordero di Montezemolo è sicuramente un abile portatore di acqua per il proprio mulino, tuttavia, non necessariamente, chi parla pro domo sua dice cose che non possono essere utili all’interesse generale.
Nel suo intervento al Seminario Ambrosetti di Cernobbio, il presidente di Confindustria ha sollevato un tema di grande interesse, vale a dire la fondamentale nozione di concorrenza fiscale. La sinistra di governo ha sempre ignorato (o finto di ignorare) che fuori dai confini dell’Italia c’è il resto del mondo e che, compito preciso del governo è far sì che le persone migliori e le imprese più produttive trovino piacevole e conveniente stare da noi, altrimenti vuol dire essere pronti a rimanere cogli scarti. Uno Stato che pensi di poter tassare a proprio piacimento, senza porsi il problema della fuga dei capitali e della delocalizzazione delle imprese, può avere successo solo in caso di completa chiusura delle frontiere, uno scenario di tipo cubano, e ciò probabilmente spiega la simpatia della sinistra radicale per questo sistema. Le cose, invece, sono proprio all’opposto dell’autarchia cubana, le nostre frontiere per persone e capitali non sono mai state così permeabili, ciononostante l’idea di concorrenza fiscale fatica a passare.
Inutile nasconderci dietro un dito, se molte imprese sono ancora aperte in Italia è solo perché sanno che si può evadere facilmente, altrimenti avrebbero già spostato la sede da un pezzo. È un sistema malato ed è lo stesso discorso ipocrita dei limiti di velocità: la gente continua ad acquistare macchine veloci perché sa che i limiti sono più un consiglio che un’imposizione, nel momento in cui fosse impossibile superare senza sanzione i 50 all’ora, o si svuoterebbero le strade o si alzerebbero i limiti. Allo stesso modo c’è una sequenza temporale profondamente sbagliata nell’assioma «se tutti pagano le tasse solo dopo le si può abbassare», quello che dice Montezemolo è che il mix di maggiori controlli e imposizione fiscale ai massimi livelli nei confronti degli altri Paesi europei, ha come inevitabile conseguenza la chiusura e la fuga di molte imprese verso Paesi più accoglienti. Si pensi a un’Unione Europea con una politica fiscale coordinata: forse che sarebbe immaginabile un’Italia volutamente lasciata con aliquote più alte rispetto alla Germania? Perché mai un’impresa dovrebbe subire il nostro deficit di infrastrutture e burocrazia per poi essere «premiata» con un’aliquota maggiore? Allo stesso modo, perché mai le persone «eccellenti» dovrebbero decidere di lavorare in Italia versando più del 50% dei loro guadagni a uno Stato ingrato, lontano e inefficiente?
Se non si capirà che in un mondo aperto e in libero movimento, la concorrenza è un fattore preponderante e prevalente su qualsiasi discorso di astratta equità fiscale, il nostro Paese diventerà come un imbuto, dove, da una parte, entreranno masse di disperati che si sentiranno benvolute, e dall’altra fuggiranno gli onesti, i motivati, le imprese in regola, gli eccellenti nel loro mestiere che troveranno altrove accoglienti braccia pronte a riceverli con aliquote favorevoli.
Ma forse quest’Italia degradata e impoverita è proprio quello che la sinistra sogna.
Claudio Borghi
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