Le condizioni per il dialogo

Buone notizie sembrano giungere dalla Palestina. Dai colloqui della Mecca e dalla mediazione del Re saudita Abdullah è scaturito un accordo tra le due fazioni palestinesi - Al Fatah e Hamas - per formare un governo di unità nazionale. Il presidente palestinese Abu Mazen (Fatah) ha conferito al premier dimissionario Ismail Haniyeh (Hamas) l'incarico di formare un nuovo governo nel quale dovrebbero collaborare le due fazioni che negli ultimi anni si sono contrapposte non solo politicamente ma spesso passando anche alle vie di fatto.
Tre a me sembrano gli elementi apparsi sulla scena palestinese negli ultimi anni. Il primo è la volontà della componente storica laica, al Fatah, di superare la vecchia ambiguità di Arafat di giocare al tempo stesso politica e terrorismo, per imboccare invece la stabilizzazione nazionale all'insegna del realistico accordo con Israele. La seconda è la penetrazione nell'area del fondamentalismo islamico attraverso Hamas, forte di una positiva azione sociale contrapposta alla corruzione dei politicanti arafattiani. E, terzo, è la constatazione che lo scenario in cui le due fazioni si affrontano apertamente mette in evidenza che le difficoltà palestinesi di passare dall'Autorità nazionale ad uno Stato vero e proprio non derivano soltanto dal rapporto con Israele, ma anche dai conflitti interni alla popolazione palestinese, soprattutto nei campi profughi.
Se questo è il contesto, si può interpretare l'annuncio dell'accordo per il governo di unità nazionale come un approdo definitivo verso la chiusura della questione israelo-palestinese? È difficile emettere giudizi definitivi per quel lembo di terra. Da sessant'anni, ogni volta che si fa un passo avanti, nella situazione palestinese o in quella israeliana, oppure tra le due parti, si spera sempre che stia per spuntare un'aurora di pace, ma poi così non è e si ricomincia sempre da capo.
Ora, se la faida interna palestinese dovesse davvero essere avviata a composizione, la questione che si pone è quella indicata dalla comunità internazionale attraverso quattro dei suoi più autorevoli rappresentati: Usa, Russia, Onu ed Unione Europea. Le tre condizioni poste dalla comunità internazionale su cui il nuovo governo, come qualsiasi altra Autorità palestinese, deve pronunziarsi esplicitamente, senza ambigue interpretazioni o riserve mentali, sono chiarissime: il riconoscimento di Israele, la rinunzia alla violenza, e l'accettazione degli accordi sottoscritti in passato da palestinesi ed israeliani.
Non si può ignorare che Hamas è fortemente condizionata dal suo retroterra che comprende l'intero fondamentalismo islamista, dall'Iran ai terroristi che operano negli Stati musulmani, dalla guerriglia irakena fino agli Hezbollah in Libano. La domanda, quindi, più importante riguarda la capacità del movimento fondamentalista religioso-sociale, che ha piantato radici solo recentemente tra i palestinesi, di sapere anteporre gli interessi del popolo palestinese allo scontro ideologico in atto in tutto l'universo islamico da parte degli sciiti fondamentalisti.
Noi occidentali, europei ed americani, dobbiamo fare di tutto perché il focolaio mediorientale sia progressivamente domato. Per questo non può che essere apprezzato lo sforzo degli Stati Uniti di sostenere la ragionevolezza e la volontà di pace di Abu Mazen e i suoi tentativi di unità nazionale. Va bene, dunque, il dialogo anche con Hamas, gruppo che non ha mai rifiutato il terrorismo, a condizione però che non si arretri neppure di un passo sui quattro punti posti dai grandi del mondo. Nell'interesse della pace dei palestinesi e della difesa irrinunciabile dello Stato di Israele.
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