Condomini «vietati» a musicisti, bimbi e single

Luciana Caglio

La Svizzera regno, per non dire paradiso, degli inquilini. Spetta alla Confederazione il singolare primato europeo della più alta proporzione, quasi il 70 per cento, di cittadini che abitano in appartamenti e case in affitto. Ed è una situazione ormai assimilata nelle abitudini e nella mentalità di un Paese dove l’esiguità del territorio, l’alto costo delle costruzioni e un certo perfezionismo ostacolano il sogno delle quattro mura di proprietà.
Insomma, essere locatari a vita rappresenta la norma, condivisa da una maggioranza che ne accetta i condizionamenti. Che non incidono soltanto sul piano finanziario, con affitti elevati, ma anche su quello dei comportamenti quotidiani, sottoposti a diverse restrizioni.
Per rendersene conto, basta leggere il «Regolamento della casa», stabilito dalla Catef (Camera ticinese dell’economia fondiaria), allegato a ogni contratto di locazione, che elenca una ventina di divieti: niente bagni e docce dopo le 22, niente panni appesi alle finestre, niente mobili sui balconi, niente esercizi di canto o con strumenti musicali prima delle 10 e dopo le 20, niente manifesti e autocollanti sulle pareti, niente cattivi odori, niente schiamazzi. E via così.
Ma non è tutto. Se queste sono le regole ufficiali e uguali per tutti, ne esistono altre non dichiarate che provocano discriminazioni striscianti. Lo conferma uno studio dell’Ufficio federale per l’abitazione: «Negli ultimi decenni sono migliorate le condizioni di alloggio per tutti, permangono però disparità di trattamento che sfavoriscono alcune categorie».
In altre parole, come osserva il settimanale economico Cash, nella ricerca di un appartamento hanno la meglio «i bravi impiegati a stipendio fisso, con un bel nome svizzero, senza bambini, senza cane e senza pianoforte».
Si tratta di forme di selezione occulte, inconfessabili anche perché illegali. Chi rifiuta un alloggio a stranieri incorre nelle sanzioni previste dalla legge sul razzismo.
Comunque, secondo la Commissione europea contro l’intolleranza, in Svizzera pelle nera e chador sono sempre malvisti dai proprietari di immobili. Una diffidenza sperimentata, sulla propria pelle, negli anni Sessanta, dagli italiani e dagli stessi ticinesi che, a Zurigo, faticavano a trovare un monolocale.
Come spiega Franco Ortelli, amministratore di stabili a Lugano, all’interno del regolamento standard della Catef, il singolo proprietario può intervenire a piacimento: «Si prenda il caso degli animali domestici: per legge non sono vietati, ma il proprietario ha la facoltà di autorizzarli o proibirli. Allo stesso modo, è in grado di respingere o accogliere, il musicista o la giovane coppia di tipo alternativo».
Per quel che concerne i bambini, è chiaro che nessuno osa rifiutare apertamente la famiglia con prole. Sta di fatto, però, che i genitori di bimbi piccoli incontrano più difficoltà dei single: che, però, non sono al riparo dall’esclusione.
“Intende ricevere amici la sera?“ è la domanda di rito, rivolta ai giovani, da padroni di casa che vogliono difendere l’assoluta tranquillità dello stabile.
Ed è una preoccupazione che può raggiungere punte paradossali. Nelle palazzine signorili, si preferisce affittare a stranieri facoltosi, che occupano saltuariamente l’appartamento e, quindi, «lo sciupano meno».
Divieti e discriminazioni provocano, ovviamente, la voglia di raggirarli. Ciò che alimenta un clima di conflittualità che approdano di frequente in tribunale.