Confindustria fa flop: battimani anziché idee

Dall’associazione il Paese si aspetta la creatività e il coraggio che dovrebbero innescare la tanto attesa rivoluzione liberale <br />

Già di per sé il dibattito sulla poli­tica economica e sociale di que­sto Paese vola basso. Se poi si met­t­e a volare bassa anche Confindu­stria allora abbiamo la netta sen­sazione che da ora in poi volere­mo bassi come fagiane incinte. Delle tanto conclamate assise ge­nerali di Bergamo resteranno nel­la memoria l’applauso alla Thyssen e la proposta di privatizzare l’Ice (Istituto del commercio con l’estero). Sulla Thyssen c’è poco da scherzare e nulla da applaudire. Lo diciamo da liberisti e liberali:una cosa è l’atteggiamento favorevole e riconoscente verso gli imprenditori che rischiano per creare ricchezza, altra cosa sono gli imprenditori che, fino a prova contraria, non rispettano le regole di base per la sicurezza di chi, collaborando con loro, permette di remunerare i loro investimenti.

Per quanto riguarda l’Ice si tratta certamente di un problema fondamentale che consiste nella necessità di accompagnare le imprese italiane all’estero in modo utile e senza sprechi. Ad oggi il sistema deve essere perfezionato e portato almeno al livello di efficienza francese. Ma, detto questo, ci aspettavamo molto, molto di più. Lo diciamo perché nell’Italia di oggi l’associazione degli industriali è come la diplomazia ai tempi del Congresso di Vienna. A quel tempo si discuteva di assetti internazionali e gli esperti erano diplomatici, coloro che conoscevano il problema. Oggi il problema dei problemi è lo sviluppo economico. E dentro la Confindustria ci sono le esperienze, le storie di impresa, le storie di vita, le sensibilità imprenditoriali e commerciali che sono indispensabili per costruire bene la domanda di ciò che serve. A volte i politici sono talmente arroganti che pensano di avere la risposta giusta in quanto pensano di conoscere anche la domanda giusta. Molto spesso non è così. Si costruiscono cioè regolamenti, leggi e politiche in senso generale che, nel momento applicativo, rivelano tutta la loro inconsistenza. A volte, a causa della loro astrattezza, fanno peggio di quanto la realtà avrebbe fatto da sola.

Per questo enfatizziamo volentieri il ruolo di un’associazione come Confindustria perché siamo consapevoli che la sua funzione non è fungibile: cioè, o la svolge lei, e bene, o chi la svolge? Questo non è solo un problema di Confindustria ma lo è spesso anche di Confcommercio e di Confartigianato, della Coldiretti e Confagricoltura. Si ha l’impressione che prevalga sempre la mediazione sulla creatività. La politica in Italia è un luogo di infinite e spesso inconcludenti mediazioni. Non possiamo permetterci che anche le associazioni si comportino in questo modo. Tra l’altro bisogna riconoscere che Emma Marcegaglia è persona che può guidare l’associazione in un modo non loffio (come in alcuni periodi della sua presidenza) e così collaborare ad elevare la discussione che altrimenti rischia il livello zero.

Sappiamo benissimo che la Confindustria ha lavorato molto con il governo per creare utili iniziative per lo sviluppo. Anzi sappiamo altrettanto bene che molte proposte sono partite proprio da Confindustria. Ma non basta.Questo Paese ha bisogno di tornare a ragionare in termini di una vera e propria rivoluzione liberale. Probabilmente l’Italia non muore senza la rivoluzione liberale. È abituata a vivere facendone a meno da decenni. Ma perché farne a meno? Perché non sollecitare voci forti che aiutino il Paese a fare qualche sogno a occhi aperti?