Confindustria spinge il nucleare «È un’opportunità imperdibile»

Il cammino del nucleare in Italia è arrivato a una tappa cruciale: domani il Consiglio dei ministri approverà il provvedimento per i criteri di localizzazione delle centrali, sulla cui base le imprese proporranno i siti. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, assicura che i percorsi autorizzativi - il cui iter coinvolgerà le Regioni - si completeranno nell’arco di due anni. E anche se le polemiche sono ben lontane dallo spegnersi - ultimo atto, la decisione del governo di impugnare le leggi regionali antiatomo - il mondo produttivo insiste sulla necessità di trovare una mediazione costruttiva per consentire al nostro Paese di superare il gap energetico nei confronti degli altri Stati europei.
«Siamo consapevoli che il nucleare non è la panacea e che il primo chilowattora arriverà nella migliore delle ipotesi solo nel 2020, tuttavia è necessario puntare anche sull’atomo - ribadisce il vicepresidente di Confindustria per l’Energia e il Mercato, Antonio Costato -. Al governo è richiesto un grandissimo sforzo in termini di visione e ricerca di equilibri tra i vari stakeholders interessati al progetto, dai produttori ai consumatori, dall’industria di filiera alle comunità ospitanti gli impianti. Il Paese infatti sarà in grado di sostenere uno sforzo così lungo e i cui risultati sono così lontani nel tempo solo se vi sarà nell'opinione pubblica una costante percezione che alla fine si arriverà ad ottenere dei benefici per l’intero sistema».
I numeri, a questo proposito, parlano chiaro: l’Italia è l’unico Paese europeo privo di nucleare, da cui invece deriva il 31% dell’energia elettrica nei 15 Stati Ue. La differenza tra il prezzo medio dell’energia in Italia e quello europeo, che nel 2005 era di 12,5 euro per MWh, nel 2009 è quasi raddoppiata (23,8 euro per MWh), sempre a nostro svantaggio. E la cifra è destinata a salire ancora, fino a superare i 49 euro, quando, nel 2020, l’Italia dovrà aumentare la propria quota di - costose - energie rinnovabili. Inevitabili le ripercussioni sull’economia, come il caso Alcoa in questi giorni ha dimostrato ancora una volta. Al contrario, sottolinea ancora Costato, «la rinascita del nucleare deve essere vissuta come una imprescindibile opportunità di crescita industriale ed occupazionale. Una sorta di “ultima occasione” per il recupero e lo sviluppo di competenze che il nostro Paese, la cui unica riserva in materia di energia è quella dell’ingegno, ha poco saggiamente messo da parte un quarto di secolo fa per rispondere a pulsioni emotive. Non dobbiamo infatti solo erigere le centrali ma anche e soprattutto ricostruire il capitale umano. Dobbiamo ritornare ad avere almeno 4mila ingegneri nucleari come negli anni '80. E non sarà facile dopo avere tradito una generazione di eccellenze che, per assecondare le nostre idiosincrasie, abbiamo costretto ad una vita da emigranti o, peggio, da precari nella scuola».
In realtà, in Italia ci sono già parecchie aziende interessate al nucleare: magari perché ci lavorano, come le oltre 50 imprese coinvolte negli impianti francesi e finlandesi. O comunque sono pronte a riqualificarsi: all’incontro organizzato su questo tema da Confindustria, Enel e Edf si sono presentate 393 aziende. Tanto più che il settore che incide maggiormente nella realizzazione di un impianto è la fornitura meccanica, un settore chiave del made in Italy. Il tutto, naturalmente, nel rispetto degli standard di sicurezza comunitari, per cui, come ricorda l’ad dell’Enel Fulvio Conti, «il nucleare fa parte della soluzione per andare in direzione di una maggiore sostenibilità totale ed ambientale, è più pulito e più sicuro».