La contagiosa crisi dell’Unione

Non c’è bisogno dei sondaggi, ultimo quello Ipr-Repubblica.it, per aver conferma del fatto che l’Unione continua ad essere minoranza nell’opinione pubblica e che nessuna forza della coalizione di governo riesce ad intercettare i consensi in uscita da Quercia e Margherita. Sta diventando un fenomeno stabile il pentimento di quei «moderati» che un anno fa avevano imprudentemente scommesso su Prodi. La capacità della maggioranza di reggere in Parlamento non cambia la loro opinione.
La metà del sistema politico italiano è oggi in crisi. È una crisi di idee e di iniziativa. Ogni giorno - l’Afghanistan, i rapporti con gli Stati Uniti, gli affaires giudiziari, le polemiche sulla questione fiscale, le grandi operazioni finanziarie e così via - si avverte quella mancanza di trasparenza e di sincerità che sono i requisiti della fiducia. La rapidità con cui l’Unione ha bruciato il suo patrimonio elettorale è un evento inedito. Dice che non siamo solo di fronte al logoramento di un’alleanza di governo. Induce a pensare all’esistenza di un male più profondo.
Respiriamo un’aria che ricorda il clima di quindici anni fa, cioè quella crisi dei vecchi partiti e degli equilibri fra i poteri repubblicani, che si riversò sulle istituzioni e che aprì ampie praterie alle forze non rappresentative. C’è un analogo senso di blocco. Se ci chiediamo quali sono i canali di espressione della democrazia, fatichiamo a trovare delle risposte. I partiti esistenti - e non ci sono eccezioni - non sono certo sede di confronto e di dibattito, dove formare classi dirigenti alla guida o al servizio della società. Sono sigle che si scompongono e compongono secondo logiche il più delle volte incomprensibili. Le istituzioni appaiono sempre più lontane dal cittadino e - con il centrosinistra al governo dello Stato e della gran parte dei poteri locali - si reggono sempre più su una semplice logica di scambio, che favorisce pochi e penalizza molti.
Ma, soprattutto, il senso della paralisi è dovuto al fatto che non si vede la possibilità di un’alternanza. Che sembra irrisolvibile la contraddizione fra i pieni poteri esercitati dall’Unione e la sfiducia maggioritaria che la circonda. Che una società che chiede innovazione viene eternamente costretta a misurarsi con vecchi problemi, a cominciare da quello di una nuova legge elettorale, caricata del compito improprio di risolvere una profonda crisi politica. Anche da questa paralisi nasce il nuovo afflato referendario.
Con il passar del tempo, il pericolo è che l’impantanamento dell’Unione e dei suoi partiti - visibile negli equivoci e nelle fratture che segnano la nascita del Pd - si trasformi gradualmente in una crisi di sistema. Che l’implosione di uno dei due schieramenti del bipolarismo si trasformi in una crisi delle istituzioni e contagi l’altro schieramento, ben oltre la divaricazione fra l’Udc e il resto della Cdl. C’è da chiedersi, ad esempio, se il crescente disagio che vive l’Italia possa continuare ad essere rappresentato solo dalle risicate conte al Senato o dall’attesa di qualche incidente parlamentare. O dal senso politico che verrà dato alle prossime amministrative. O dal possibile accordo su una migliore legge elettorale. L’alternativa all’Unione c’è e l’opinione pubblica la riconosce. C’è bisogno di un percorso visibile di alternanza.
Renzo Foa