La contessa profuga che divenne editrice

In fuga dall’Est, fu giornalista e poi proprietaria del settimanale tedesco «Die Zeit»

Gennaio 1945, Prussia orientale. Le armate sovietiche del fronte baltico e di quello bielorusso iniziano l’offensiva finale contro il Reich tedesco. Nel castello di Friedrichstein, uno dei più belli di tutta la regione, la contessa Marion von Dönhoff sente la battaglia avvicinarsi e decide di fuggire. Bionda, alta e slanciata, ha 36 anni; a lei è affidata l’amministrazione della splendida tenuta di famiglia a qualche decina di chilometri da Königsberg, la patria di Kant, l’attuale Kaliningrad. Parte di notte, cavalcando nella neve, ed evita per pochi chilometri di essere accerchiata dalla manovra a tenaglia dell’esercito russo; in una Germania ormai sconvolta da milioni di profughi, la fuga a cavallo dura qualche settimana. La meta finale è Amburgo.
Qui, alla fine della guerra, la contessa inizia una nuova carriera, quella giornalistica: entra come semplice redattrice in un nuovo settimanale, Die Zeit, e in pochi anni ne diventa il direttore, poi l’editore, incarico che manterrà fino alla morte nel 2002. Sotto la sua guida il giornale diventa uno dei fenomeni editoriali della Germania del dopoguerra. La contessa von Dönhoff una delle figure più note della scena pubblica e la sua avventurosa fuga uno dei simboli dell’addio lacerante a una parte dell’identità tedesca, quella rappresentata dai territori a Est della nuova frontiera segnata dai fumi Oder e Neisse: Slesia, Prussia, Pomerania. «Sei secoli di storia cancellati per sempre», dirà la stessa von Dönhoff, che di quella storia è stata testimone diretta e appassionata cronista in molti articoli di giornale, in libri come Nomi che nessuno più conosce, del 1962, e nel successivo Infanzia prussiana, del 1988. Quest’ultimo, apparso nelle scorse settimane in traduzione italiana (Neri Pozza, pagine 169, euro 15.50) è la rievocazione della vita quotidiana di una famiglia aristocratica nella Prussia pre-hitleriana. Non una famiglia come le altre: i von Dönhoff sono uno dei casati più antichi stabilitisi (già nel Cinquecento) nel territorio tra Vistola e Memel: il padre, in gioventù diplomatico, faceva parte della Camera Alta; la madre era dama di compagnia dell’imperatrice Auguste Viktoria. Le loro tenute, così come quelle delle altri grandi famiglie della zona, derivavano direttamente dai feudi, poi secolarizzati, conquistati dai Cavalieri Teutonici nella loro crociata medievale lanciata per estirpare il paganesimo dei popoli slavi.
Con il crescere della Germania sotto la guida degli Hohenzollern, gli Junker, i proprietari terrieri della vecchia aristocrazia orientale (il nome sembra derivi da Junge Herr, giovin signore, con cui si indicavano in origine i figli cadetti), diventano la spina dorsale dell’impero nascente. Contribuiscono a forgiarne la cultura, fatta di senso della responsabilità individuale, militarismo, «obbedienza cadaverica» verso l’autorità costituita (la stessa che renderà così difficile a molti ufficiali della Wehrmacht ribellarsi agli ordini di Hitler), sobrietà. Una virtù, quest’ultima, di cui i giovani von Dönhoff, a cui in treno era consentito di viaggiare solo in terza classe, sono un buon esempio.
Con la catastrofe della Seconda guerra mondiale, nel 1945, questo mondo crolla in pochi giorni. Città d’arte come Königsberg, castelli come Friedrichstein, vengono rasi al suolo dalle truppe sovietiche. In tutto circa 14 milioni di tedeschi devono lasciare le loro case per rifugiarsi nella nuova Germania. Il loro posto viene preso da altri profughi, polacchi o, nel caso della Prussia orientale, da emigranti provenienti dalla Russia centrale.
Della sua infanzia, dei laghi e dei fittissimi boschi della sua terra, la von Dönhoff ha, come ovvio, un ricordo velato dalla nostalgia. Senza però il minimo cedimento a tentazioni di revanchismo. In tutta la sua attività pubblica la scrittrice e giornalista, amica e consigliere di cancellieri come Willy Brandt e Helmut Schmidt, ha sempre appoggiato con fermezza il riconoscimento delle frontiere uscite dalla guerra e dell’ineluttabilità del destino toccato ai profughi tedeschi. Un tema che a 61 anni dalla fine delle ostilità torna di tanto in tanto a fare capolino. Come dimostrano le tensioni nate di recente tra Varsavia e Praga da una parte, Berlino dall’altra, a proposito di un museo che i tedeschi vorrebbero dedicare ai Vertriebenen, «gli espulsi» dalla Germania di un tempo.