Le convivenze intellettuali di Cesare Cases

Il 27 luglio dello scorso anno moriva Cesare Cases, uno dei più brillanti e liberi intellettuali italiani, che univa a una sterminata erudizione una robusta vocazione culturale, una sapida ironia accanto a una gradevole tolleranza. Ora la sua memoria torna attuale attraverso una pubblicazione, Intervista a Cesare Cases, a cura di Luigi Forte (Edizioni dell’Orso di Alessandra, pagg. 182, euro 16). Una lettura intrigante e sempre attraente, che ripercorre con due voci in perfetta sintonia la storia culturale del Novecento, rievoca i suoi massimi protagonisti intellettuali e descrive uno spaccato della nostra cultura attraverso le vicende di istituzioni autorevoli, come la casa editrice Einaudi, che ebbe in Cases un collaboratore prestigioso.
A differenza dell’autobiografia Confessioni di un ottuagenario, pubblicata da Donzelli, questa intervista getta una luce di straordinario interesse su misteriose convivenze del pensiero di Cases, che sono state comuni anche ad altri intellettuali «insospettabili» della sinistra marxista, spesso con tessera del Pci. Dopo l’esilio in Svizzera durante la guerra per sfuggire alle persecuzioni antisemite, Cases, tornato a Milano, si laurea in letteratura tedesca con una tesi su Ernst Jünger, uno dei massimi esponenti della Rivoluzione Conservatrice, su cui anche Cantimori aveva scritto un raffinato saggio critico durante la sua «parentesi» di simpatia per i pensatori del Terzo Reich.
Certo, Jünger nazista non è mai stato, anzi è nota la sua partecipazione all’attentato al Führer del 20 luglio 1944, architettata da ambienti militari prussiani che avrebbero voluto salvare la Germania dalla catastrofe, dall’occupazione sovietica ma anche dallo sradicamento di ogni tradizione prussiana. Vi era nella Repubblica di Weimar un vasto settore intellettuale che esercitava una critica radicale della modernità, senza ritenere più possibile una restaurazione e diffidando della cultura borghese e capitalista, per essi già segnata dalla minaccia dell’incombente e inevitabile apocalisse. E solo da quell’apocalisse, voluta e attuata, sarebbe potuta sorgere una nuova Germania, quella della Kultur, anticipata dalla musica wagneriana, dalle figure ciclopiche dell’immaginazione creatrice di Nietzsche. Una Germania segreta e spirituale, in cui il socialismo si sarebbe realizzato nella sua versione ascetica, kantiana, prussiana, come riteneva Spengler, che negli anni in cui Jünger fondava il «nazionalbolscevismo» metteva a punto la sua concezione politica all’insegna orgogliosa e antistorica del «Socialismo Prussiano», uno dei più strani, pasticciati e affascinanti ossimori del Novecento.
Cases in questa intervista torna a questa meditazione giovanile, che l’accompagna per tutti i decenni della sua critica al vetriolo alla politica riformista e compromissoria del Pci, all’accusa della disumanità dei socialismi reali. E questo rifiuto si estende alla denuncia radicale dell’ideale del progresso, cui dedica osservazioni acute e definitive. Eppure in Cases non va mai persa un’insostituibile vena di ironia e autoironia ebraica, né una benevolenza mediterranea che rende così accattivante la sua peregrinazione fra le tempeste del Novecento. E da quella nostalgia per il pensiero della Rivoluzione Conservatrice e per i suoi scrittori (per Cases il Viaggio al termine della notte di Céline è «il più bel romanzo del secolo ventesimo»!) scaturisce anche quella saldezza nella vocazione utopica del lavoro intellettuale, in ciò confluiscono le suggestioni filtrate dai pensatori ebrei del marxismo tedesco, da Lukács ad Adorno, da Benjamin a Bloch.
La falda apocalittica della trimurti rivoluzionar-conservatrice tedesca, Heidegger, Jünger, Schmitt, si eleva verso una visione messianica, che sembra distanziarsi anni luce dall’attuale dibattito italiano. La sua scomparsa per ora segna anche la perdita di una voce fuori campo indispensabile alla sinistra, ma anche alla povera destra, entrambe ridotte al lumicino culturale.