La Coop porta l’antica Liguria in tavola e crea la «Banca delle tradizioni» in cucina

Quando getto un occhio alla cronaca di questi giorni, un dubbio atroce mi si installa come un ciclovirus informatico nel cervello: ma non è che tutta sta crisi di cui si parla, riparla e straparla, alla fine è una bufala bella e buona? Ma non è che tutto ’sto gran urlare «al lupo, al lupo!», alla fine si metamorfizza in un generale panico disinformato e immotivato?
Mah!
Guarda te, per esempio, come è finita la storia dei ghiacciai che ritiravano, del micidiale effetto serra che ci avrebbe surriscaldato e del buco dell’ozono che ci avrebbe fatto un paiolo grande e largo come lui.
Tutta fuffa.
I ghiacci sono tornati agli stessi livelli di venti anni fa. Il riscaldamento globale si è attenuato o quanto meno stabilizzato. Dal buco dell’ozono, invece, non sono pervenute novità, come dire? ag-ghiaccianti ed è già un gran risultato, mi pare.
Ecco.
E tutto questo dopo che, per quasi un quarto di secolo, quando sparavi (di nascosto) un colpetto di lacca al ciuffo ribelle, temevi di aver sparato anche il colpo definitivo al lunatico e scricchiolante sistema climatico/meteorologico.
Già.
E adesso eccoci invece al ritornello ossessivo sulla mega-crisi-economica-finanziaria-termo-nucleo-globale.
Bene.
Tutti ne discutono. Tutti si scomodano a fornire la propria lettura dei fatti. Tutti propongono soluzioni più o meno alternative.
Bravi.
La colpa - dicono - è della febbre del lusso. Della patologia dell’iperconsumo. Della rincorsa sociale alle «posizioni» dominanti. Della mancanza di freni, di regole, di leggi, che avrebbero dovuto incanalare con un’ottica etica questo flusso tsunamico di denaro per lo più fittizio.
Filosofi, sociologi, persino il mio barista: ognuno vuole dire la sua in un’arena più o meno affollata.
E allora, nei miei limiti, voglio provarci pure io.
Ammesso e non concesso che in Italia questa crisi si riveli pesante come una martellata, credo che all'ombra della Lanterna esistano, per naturale vocazione e per secolare tradizione, gli strumenti adatti a combatterla.
Se è vero che il 2009 si preannuncia come un anno di morigerata austerità, la «Genovesità» allora può aiutare ad affrontarlo nel modo migliore.
E persino a svangarlo.
Ma che cos’è dunque questo antibiotico economico/esistenziale battezzato «Genovesità»?
Non è nient’altro che la semplificazione dei desideri.
La riduzione dei bisogni.
La cancellazione dell'apparenza e la valorizzazione invece della sostanza.
Semplice.
Nessuno, in Italia, nel campo del consumo «equo» o «responsabile», è geneticamente più dotato dei genovesi o dei liguri in genere. Che, al contrario del romano caciarone o del milanese ganassone, storicamente, tradizionalmente e naturalmente da sempre ricusano il superfluo e si concentrano invece sull'essenziale.
Insomma, stringi stringi, la «Genovesità» è un po’ come si fa il Presidente Garrone con la sua Samp: si spende poco, si bada all'indispensabile.
Chiaro, no?