Coopcostruttori e D’Alema In aula tutti i veleni del Pds

Entra nel vivo il processo per la bancarotta del colosso edile rosso. Le accuse dell’ex presidente. <strong>I verbali</strong>: <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/impegno_politico_era_preciso_salvare_co... target="_blank">l'impegno era salvare le coop di Tangentopoli</a></strong>

Così Botteghe Oscure e Unipol fecero fallire la più grande cooperativa rossa, il quarto gruppo del Paese nel settore costruzioni (2.500 dipendenti). Era il fiore all’occhiello «economico» del Pci-Pds. Almeno fino al 2003, quando la Coopcostruttori di Argenta (Ferrara), venne spazzata via da un crac da oltre un miliardo di euro che «inghiottì» i crediti di oltre 10mila creditori e oltre 80 milioni di risparmi dei soci raggirati. Il processo, alle sue battute decisive in questi giorni a Ferrara, vede sul banco degli imputati il gotha dell’imprenditoria rossa, a cominciare dall’ex presidente Giovanni Donigaglia, già arrestato cinque volte (e sempre assolto) per l’accusa di finanziamento illecito. Per lui e per gli altri imputati l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta.

Per anni, secondo i pm, i dirigenti truccarono bilanci, fatture e libri contabili per coprire lo stato di insolvenza dell’azienda nel tentativo di procurarsi le risorse per mantenerla in vita. Gli imputati, naturalmente, negano che le cose siano andate così. Per loro i bilanci erano a posto e la Coopcostruttori, pur se in grande difficoltà per i postumi di Tangentopoli, si sarebbe potuta salvare se soltanto la LegaCoop e il Pci-Pds lo avessero voluto. Il partito avrebbe avuto, a detta di Donigaglia, una parte importante nella decisione di non intervenire al termine di una vera e propria «faida politica». La difesa dell’imputato principale ritiene, dunque, che il mancato salvataggio dell’impresa sia stato dettato da ragioni di natura politica-economica e dolosamente perpetrato da Giovanni Consorte, allora alla guida di Unipol, il gruppo assicurativo protagonista della mancata scalata alla Bnl. Secondo l’imprenditore ferrarese fu Consorte, che pure nel 1997 aiutò un’altra coop rossa (la Cmc di Ravenna) nonostante stesse peggio economicamente, a negare il salvataggio lasciando che la Costruttori chiedesse l’amministrazione straordinaria che l’ha poi portata alla morte. «Consorte - ha raccontato Donigaglia - disse che ci avrebbe aiutato a uscire dal pantano. Con la Finec, finanziaria dell’Unipol, avrebbe guidato un intervento di ristrutturazione finanziaria e organizzativa della Coopcostruttori. Inoltre Unipol avrebbe comprato dalla Federcoop l’Assicoop e il ricavato sarebbe andato a noi poiché eravamo parte dell’universo delle coop e l’intervento sarebbe servito per tornare in carreggiata. L’Assicoop fu comprata pare per 9 miliardi di lire, ma nelle nostre casse non arrivò un soldo. Abbiamo sbagliato a fidarci dei compagni».

Agli atti del processo lo studio Finec, che rilevò come nel 1997 la Coop di Donigaglia fosse già sull’orlo del fallimento e come, proprio per questo, non venne aiutata allora e nemmeno nel 2003, anno del crac. D’Alema, prima del fallimento, aveva tranquillizzato i 3mila soci: «Tranquilli voi avete un grande presidente che vi assicurerà il futuro». Di lì a poco fu crac, come hanno ricordato gli ex dipendenti e gli stessi soci: «Ci avevano detto che era più sicura di una banca, che non sarebbe mai potuta fallire, che dietro c’era il partito». In un’intervista Donigaglia l’ha buttata lì: «D’Alema venne ad Argenta per assicurarmi che non saremmo stati abbandonati (...). Io ho sempre aiutato economicamente il partito ma nel momento del bisogno il partito non ha aiutato me».