IL CORAGGIO DI CAMBIARE

Il dibattito aperto da Vittorio Sgarbi e Paolo Guzzanti, che si sta svolgendo in questi giorni sulle pagine del Giornale, è utile. Raccoglie domande molto diffuse, rese urgenti dalle scadenze elettorali, ma che riguardano un futuro assai più lontano. Nasce in un momento difficile, segnato dall'incertezza sul futuro politico della Casa delle libertà e nel pieno di un confuso confronto tra gli alleati, a cui corrisponde un conflitto sempre più aspro con il centrosinistra, come sta avvenendo in queste ore sulla legge elettorale. Però serve discutere, tanto più se il punto di partenza è costituito da una scelta individuale di considerare chiusa un'esperienza e quindi di rimettere in discussione una collocazione. Con una lezione: in questa stagione bipolare non è mai capitato che venisse riconosciuta legittimità - tanto da confrontarsi trasparentemente in prima pagina - ad un addio. Anzi, è sempre successo il contrario.
Questo è quindi un segnale di coraggio culturale, prima ancora che di tolleranza. C'è da stupirsene? Io credo di no. Dal decennio che abbiamo attraversato fatichiamo a cogliere atti politici, destinati a cambiare (in meglio) il nostro Paese. Ne parlo come di un decennio sostanzialmente sprecato. Ma se guardiamo oltre la politica e le sue tecniche - oltre un sistema che più che la governabilità ha assicurato solo l'alternanza (e forse lo avrebbe fatto anche con un'altra legge elettorale) - non è difficile accorgersi che qualcosa di profondo è cambiato. Possiamo parlare di un pensiero diverso, di valori che emergono, magari confusamente, troppo spesso soffocati da scontri verbali che trascendono nell'insulto? Ce ne sono segni visibili. L'Italia è oggi più o meno libera di rimettere in discussione vecchi schemi e ideologie consolidate, di non reagire secondo riflessi condizionati? Si sono rotte o no le gabbie in cui era rinchiuso il dibattito culturale, in cui era un tabù parlare di innovazione sociale, in cui la storia era soprattutto una verità politica?
Ecco, la prima vera svolta sta qui. E siccome una società non è solo articolata in interessi materiali, ma è segnata anche da cultura e valori, il futuro dell'«area dei moderati» è qualcosa che riguarda fenomeni più profondi di un sondaggio, di un voto, di una possibile ennesima alternanza di governo. Ma non si può sfuggire alla domanda di fondo: la Casa delle libertà è riuscita a tradurre in termini politici - che poi è quello che conta - questa svolta? La risposta non può essere positiva, viste le fratture che la percorrono. Però non ci si può rassegnare a quello che, dopo le elezioni regionali, è apparso come un processo disgregativo.
Dopo la calda estate delle polemiche, riemerge in questi giorni il tema del partito unitario. Certo, se si pensa a questo difficile lavoro di aggregazione come ad una semplice via di uscita o come ad una tecnica di sopravvivenza, allora si possono spiegare i passi in avanti e i passi indietro compiuti in questi mesi. Se, invece, l'ottica è diversa, se il traguardo è l'impresa politica e culturale, è in altre parole la nuova forma che si può dare a quella che è stata finora un'alleanza di governo, se la condizione è quella di riconoscersi nei valori e nelle culture emerse in un decennio in cui tutto è cambiato - e di cui le élites politiche hanno tenuto poco conto - la scommessa vale la pena di essere tentata. Il senso della politica è la funzione di guida, è il rapporto con la società, è il coraggio di proporre cambiamenti. Qui io vedo la possibile continuità non solo per cercare di governare ancora l'Italia, ma soprattutto per rilanciare la svolta culturale che c'è stata e prevenire un futuro segnato da quello che si preannuncia come un paludoso monocolore del conformismo.