Il coraggio di dire sì al nucleare

Caro Lussana, come lei certamente sa, ad ogni inizio di autunno Enzo Biagi ci rattrista ricordandoci che l’inverno si avvicina e che bisognerà pagare la prima rata del riscaldamento. Le critiche ironiche che, in passato, ha dovuto subire per la ripetitività delle sue argomentazioni lo avranno forse zittito proprio questa volta che potrebbe meglio giustificarle. Tuttavia mi sembra che ci siano delle novità sul problema generale dell’energia che meritano attenzione.
Durante l’estate il problema dell’energia, non solo di quella necessaria per il riscaldamento delle abitazioni, è stato riportato all’attenzione dei cittadini dalla prepotente esuberanza dei prezzi del barile di petrolio. Con la rapidità che caratterizza il mercato dei prodotti petroliferi di largo consumo diretto, la lievitazione dei prezzi alla fonte ha avuto un effetto immediato su quelli della benzina e del gasolio, non sempre giustificato dagli approvvigionamenti già effettuati dalle società di distribuzione. I cittadini hanno capito che la nostra spesa quotidiana e lo sviluppo del nostro Paese sono fortemente penalizzati dalle incertezze del mercato dell’energia, in cui noi siamo presenti solo come acquirenti, senza mezzi sufficienti per condizionarlo.
Il problema è ben noto a molti dei nostri uomini politici, ma solo pochi di essi ne parlano con la stessa attenzione e passione che dedicano ad altri argomenti forse egualmente importanti, ma non tutti così vitali. Di energia nucleare è tornato a parlare in questi giorni il ministro Claudio Scajola che ha identificato Genova come la possibile sede di Ansaldo Nucleare.
Bisogna riconoscere che il problema è difficile e scabroso. E le soluzioni che si possono proporre, anche solo per migliorare la situazione, comportano dei rischi politici (ed elettorali) forse maggiori di tanti altri che accompagnano, egualmente, altre non facili scelte che i politici devono fare, quando ne hanno la responsabilità gestionale diretta.
Tuttavia, appare sempre più urgente fare delle scelte strategiche non più evitabili, per assicurare al Paese non solo la quantità di energia di cui avrà bisogno ma anche un livello di indipendenza energetica che permetta di controllare e limirare le variazioni troppo brutali dei costi energetici primari, che rendono troppo aleatorio qualsiasi piano di sviluppo. Ed esse dovranno essere accompagnate da programmi di realizzazione rigorosi e compatibili con le necessità reali del Paese, come avviene negli altri Paesi industriali a noi vicini.
L’Italia si trova ora di fronte alla ineluttabile necessità, che neppure le minoranze più chiassose possono minimizzare, di una politica energetica credibile che guardi al futuro, fondata su scelte coraggiose (possibilmente condivise dalle maggiori forze politiche). Senza le quali la nostra dipendenza energetica non potrà che crescere rapidamente ed aggravare i rischi di insicurezza degli approvvigionamenti, la competitività delle imprese ed, in definitiva, l’occupazione ed il nostro stesso livello di vita.
Negli ultimi tempi molti uomini politici di maggioranza, insieme a non pochi altri di opposizione (per una volta!) hanno mostrato grande sensibilità per questo problema ed hanno dato delle indicazioni precise, forse non sufficientemente pubblicizzate, per rimuovere un tabù sull’energia nucleare civile. Un tabù che ha penalizzato fortemente la nostra economica, escludendovi forse definitivamente da una tecnologia che caratterizza la modernità di altri Paesi avanzati, che da essa hanno saputo trarre una maggiore indipendenza ed indiscutibili vantaggi economici.
Ed è necessario far sapere a tutti i cittadini che noi italiani questa fonte energetica la utilizziamo senza possederla e senza gestirla, semplicemente acquistando energia elettrica di origine nucleare dai nostri vicini, in particolare francesi. E che le nostre importazioni di energia elettrica, già molto importanti, sono destinate a crescere rapidamente con la sempre più probabile ed attesa accelerazione del nostro sviluppo.
D’altra parte è opportuno notare che l’eventuale ritorno al nucleare (o il suo incremento nei Paesi che non hanno mai rinunciato a questa fonte), appare ormai inevitabile alla maggioranza degli analisti del settore e dei governi dei Paesi più avanzati, per riequilibrare in maniera risolutiva i mercati e dare sicurezza alle loro Economie. E questo non è neppure in contrasto con tutte le altre fonti di energia non tradizionali, purché queste siano sufficientemente economiche, sicure, pulite ed accettabili anche per altre esigenze ambientali.
I futuri bisogni energetici saranno tanto crescenti da giustificare il ricorso a tutte le fonti disponibili, che non dovranno essere considerate concorrenti, ma complementari a quella nucleare. Ed è questo un aspetto della questione che dovrebbe essere oggetto di confronto esauriente, senza pregiudizi ma non eterno, fra tutte le componenti della società, con l’utilizzazione di un linguaggio razionale e numerico.
Può sembrare strano che i recenti orientamenti innovativi di politica energetica, condivisi da uomini politici di opposti schieramenti, non abbiano suscitato reazioni partecipative percettibili da parte del mondo industriale più qualificato, in particolare nella nostra città definita, in tempi non remoti, capitale dell’energia nucleare.
Numerosi, invece, gli interventi favorevoli di autorevoli uomini di scienza, ma anche di tanti e tanti cittadini che hanno espresso opinioni che dimostrano grande sensibilità ed interesse per il problema ed una insospettabile consapevolezza.
Certamente ci saranno stati incontri e convegni destinati agli specialisti del settore, produttori e costruttori, anche se il grande pubblico non ne ha avuto notizia. Ma non sembra inopportuno far notare che la politica energetica nazionale, con le scelte che impone, richiede una partecipazione informata di tutti i cittadini, alla quale anche il mondo dell’industria dovrà dare un fattivo contributo.
Forse saranno necessarie affermazioni programmatiche concrete e precise e non solo orientamenti generici, per rimuovere probabili scetticismi alimentati, in un passato durato 50 anni, da una politica che ha espresso una abilità compromissoria inimitabile, utilizzando il metodo antico e raffinato, esso sì dinamico, di dar ragione a tutti senza far torto a nessuno.
Ora è lecito sperare che il passato non continui, perché il futuro non può attendere.
Genova