La corsa del petrolio ora mette a rischio la crescita mondiale

Rodolfo Parietti

da Milano

Fino a qualche mese fa, la parola «recessione» accostata agli Stati Uniti aveva lo stesso effetto di un si bemolle inserito in una scala di do: dissonante e fuori luogo. Ma tutto cambia: i ripetuti aumenti dei prezzi del petrolio stanno infatti esponendo anche l’America al rischio di una crescita negativa, come ipotizzava il New York Times nell’edizione di ieri, mentre già si registra più di un focolaio d’allarme: un aumento dei prezzi alla produzione e al consumo, il conseguente calo delle vendite al dettaglio e, dunque, un calo di fatturato da parte delle aziende .
Quello dell’inflazione generata dai rincari energetici è un problema comune a tutti i Paesi industrializzati. Non risparmia dunque la euro zona, dove in luglio il carovita ha dato segni di surriscaldamento pressoché ovunque facendo salire i prezzi al consumo in Italia al 2,1%, al 2% in Germania, al 3,3% in Spagna e all’1,8% in Francia. Il target price fissato dalla Bce al 2% non verrà quindi centrato quest’anno e forse neppure il prossimo, con riflessi inevitabili sulla gestione della politica monetaria. I già esigui margini di manovra per un taglio dei tassi sembrano a questo punto diventati inesistenti, soprattutto se le quotazioni del greggio continueranno a salire, così come prospettato dagli analisti. Le pressioni inflazionistiche stanno del resto aumentando anche in Gran Bretagna (più 2,3% i prezzi il mese scorso, il livello più alto degli ultimi otto anni) nonostante le ripetute strette al costo del denaro decise dalla Bank of England per contrastare la bolla immobiliare.
Quanto agli Stati Uniti, anche se la Fed continua a ragionare su uno scenario congiunturale sostanzialmente non perturbato e a mantenere un cauto ottimismo sull’andamento dell’inflazione, è evidente che il petrolio sta facendo pesare il proprio peso nagativo su entrambi i versanti. I prezzi al consumo sono saliti in luglio al 3,2%, quelli alla produzione sono schizzati sempre il mese scorso al 4,6% annuo in seguito a un incremento dell’1% mensile imputabile in gran parte a greggio e benzina. Risultato: il mercato è tornato a ipotizzare un comportamento più aggressivo da parte della Fed, che già in occasione del meeting di settembre potrebbe alzare i tassi di mezzo punto, per poi attuare un altro ritocco entro febbraio dello 0,25%. Insomma, Alan Greenspan potrebbe congedarsi dalla banca centrale Usa con il costo del denaro al 4,25%.
Se così fosse, un elemento di freno alla crescita potrebbe derivare anche dal livello dei tassi. Ma più che sul futuro, occorre riflettere sul presente, sul peggioramento di umore dei consumatori provocato dai continui rincari energetici (dei carburanti, soprattutto) che hanno compresso il potere d’acquisto. Finendo per avere ricadute sui consumi privati (il pilastro portante dell’economia americana) già avvertite da colossi della Corporate America come Wal Mart, costretta a registrare un calo del giro d’affari. Storicamente più cicale che formiche, gli americani non hanno infatti risparmi cui dar fondo in caso di emergenza.
Considerato che l’aumento del deficit commerciale in giugno (anch’esso dovuto all’import di greggio) inciderà sullo sviluppo del Pil, non è un caso se le principali società di previsione abbiano ridimensionato sotto il 4% il tasso di crescita americano per il 2005. Il peggio potrebbe venire però nel 2006, visto che conseguenze fortemente negative sull’economia si hanno in genere a oltre un anno di distanza dall’inizio del rally dei prezzi del petrolio. Accadde tra il 1990 e il ’91 e nel 2001, e il risultato fu uno solo: recessione.