Corsi e ricorsi pedagogici Si ricomincia da uno

All'indomani dell'entrata in vigore della riforma che - dopo un secolo di onorato servizio - dava il benservito al maestro unico, per introdurre il cosiddetto modulo o team (tre insegnanti per classe) espressi il mio dissenso sull'«operazione» (benché la cosa non mi toccasse direttamente. Avevo infatti lasciato l'insegnamento proprio quell'anno). Come risposta al mio intervento, un giornalista di Repubblica scrisse che «Il maestro D'Orta, come Perboni, è il passato dell'educazione elementare». Perboni, voglio ricordarlo, era il maestro del libro Cuore. Insomma il sottoscritto - pedagogicamente parlando - era vecchio di cent'anni.
Sulla questione intervenne anche Giuseppe Galasso, che - idealmente - si schierò al mio fianco. Egli disse chiaro e tondo che a lui la figura del docente unico (alle Elementari) gli stava più che bene, e non ne avrebbe mai auspicata la scomparsa. Un mare di proteste lo investì, una montagna di lettere denigratorie lo sommerse. Ci fu chi con belle maniere gli disse che lui di pedagogia non capiva niente; altri addirittura lo invitarono a dimettersi dalla carica politica che occupava.
I maîtres à penser di allora chiamarono in causa le nuove cognizioni pedagogiche, la sociologia, la psicologia dell'età evolutiva (a momenti tiravano in ballo pure la teoria della relatività), facendo passare per retrogradi, per uomini delle caverne, per Yeti della pedagogia quanti difendevano il maestro unico.
A distanza di diciotto anni dall'articolo di Repubblica, il cadavere di Marcello D'Orta (intendo dire: il cadavere del maestro unico) viene riesumato, ma è più giusto dire che il maestro Lazzaro risorge, più vispo che mai, grazie a un'altra riforma, questa volta targata Mariastella Gelmini.
Corsi e ricorsi pedagogici.
Quando fu introdotto il modulo, espressi il mio dissenso per le ragioni che qui, nuovamente, esporrò. Se da un lato si offriva allo studente la possibilità di apprendere le varie discipline da insegnanti, per così dire «specializzati», da un altro si correva il rischio che andasse disperso il rapporto affettivo con il maestro unico, complementare di quello materno (o, raramente, paterno) e in certi casi addirittura sostitutivo. Rischio che assolutamente non si doveva correre, perché le conseguenze potevano essere gravi o gravissime.
Io per primo facevo autocritica. Ho sempre privilegiato l'insegnamento delle discipline artistiche e letterarie su quelle scientifiche. Nessun mio alunno era un portento in matematica, e spesso dovevo chiedere il «supporto» di colleghi più bravi di me in questa materia (ma accadeva anche il contrario). Però quello cui mi stava più a cuore era la vita del bambino, la sua crescita psichica, l'amore che doveva ricevere dal maestro unico (quante volte, sbagliandosi, qualche alunno, mi chiamava papà!).
Poi c'è una questione meno «spirituale», ma non per questo di poco conto. Tutt'altro. Una questione economica. L'Italia è il Paese in Europa in cui è più basso il rapporto studenti-docenti: in poche parole ci sono pochi alunni per troppi insegnanti.
Questo vuol dire che lo Stato paga docenti in eccesso. Riducendo il numero dei professori, si può aumentare il loro stipendio, portandolo finalmente ai livelli europei. So che questo è un discorso duro da accettare per gli esclusi, ma insomma: se il team avesse migliorato la scuola elementare italiana, si potrebbero anche capire le rimostranze, ma i fatti hanno dimostrato proprio il contrario.
Fosse vivo Troisi, farebbe un nuovo film: Ricomincio da Uno.