Cortázar dà lezione anche agli scienziati

Tanto ogni sei mesi c’è un nuovo vecchio Roberto Bolaño ritrovato e un nuovo vecchio romanzo di Philip Roth ripubblicato, figuriamoci se ci sorprendiamo delle Carte inaspettate di Julio Cortázar (Einaudi). Tuttavia è il bello dell’editoria italiana: i vivi pubblicano opere inedite, come fossero morti, e i morti continuano a pubblicare, come fossero vivi. È per questo che le «carte inaspettate» non necessitano di edizione critica, è sufficiente un’introduzione del maestro Antonio Tabucchi, divertentissima perché introduce non tanto il nuovo libro di Cortázar ma a un altro tema a me caro: l’ignoranza scientifica dei letterati italiani.
Infatti sostiene Pereira che «la classificazione di Linneo è fondamentale per la botanica», come se Linneo si fosse limitato a classificare i vegetali. O che «piccolo è il nostro tempo e angusto il nostro spazio, ma infinito è l’universo che la Via Lattea attraversa», ma pensa te quant’è grande la Via Lattea, o quanto si è ristretto l’universo in questi anni. Per nostra sfortuna sono solo sei paginette introduttive, peccato che non ne abbia scritte seicento, se citava la forza di gravità o la seconda legge della termodinamica c’era da spisciarsi.
Al contrario leggendo Cortázar, che non è un letterato italiano, ci si diverte un mondo e imparano perfino gli scienziati. C’è il problema delle briciole, per esempio, una particolare specie di briciole: quelle invisibili, quelle che, sbocconcellando un panino a letto, pur stando attentissimi a non sbriciolare, vi ritrovate conficcate nella schiena o nel sedere e non c’è niente da fare, non c’è modo di scovarle prima di essere punti a tradimento: «Saranno sempre lì, malgrado Pasteur, il dottor Fleming e i potenti aspirapolveri che tutto risucchiano tranne lei. Ah, se potessimo dire: dacci oggi il nostro pane quotidiano, ma tieniti le briciole». C’è il dilemma delle aspirine effervescenti, degli alka selzer, delle vitamine C, considerato che «una medicina effervescente non si può prendere mentre effervesce», mentre «se la prendiamo una volta evaporata, non si vede a cosa serva che sia effervescente». Non si trascura nemmeno la questione della correzione di bozze e degli articoli, cosa utile perfino nei rapporti tra me e la brava redazione del Giornale, perché Cortázar in una pagina inaspettata dedicata ai refusi insegna: «Attento a questo, occhio, dove si legge cazzo si legga cazzo». Non è secondaria la questione del tempo, specialmente psichico, dove non c’è bisogno di usare orologi atomici per formulare nuove teorie della relatività. Infatti basta essere ricoverati in ospedale per accorgersi che «dall’una alle sei non succede nulla. Il tempo, per gli insonni e quelli che non amano leggere, diventa come un disco a quarantacinque giri che gira a trentatré, una lenta gomma vischiosa. Nel frattempo, il mondo di fuori raggiunge il parossismo di lavoro e di traffico, i ministri offrono interviste trascendentali, il dollaro sale o scende, i grandi magazzini straripano di gente, nel cielo si concentra la massima quantità di aerei mentre qui, all’ospedale, riempiamo lentamente un bicchiere d’acqua, lo beviamo facendolo durare, accendiamo una sigaretta, un rituale che tenta di riempire con un minimo e prezioso contenuto il silenzio dei corridoi, il pomeriggio eterno».
È meraviglioso perdersi in un bicchier d’acqua con Cortázar, dove però nemmeno l’acqua è solo acqua se osservata bene, cortázaraniamente, perché: «Basta conoscerla per capire che l’acqua è stanca di essere un liquido. Lo dimostra il fatto che appena si presenta l’opportunità si trasforma in ghiaccio o in vapore». A proposito di ghiaccio, in queste «carte inaspettate» si trovano soluzioni geniali, più patafisiche che fisiche, di cui bisognerebbe tenere conto nella vita quotidiana, a cominciare dalle pubbliche amministrazioni. Tanto per citarne una: «Se in previsione di una nevicata segassimo il tronco in modo che l’albero si tenesse in piedi senza accorgersi di essere morto, come quel mandarino memorabilmente decapitato dal boia gentile, basterebbe aspettare che la neve replicasse l’albero in ogni suo dettaglio e quindi levarlo senza scuoterlo, con un lieve spostamento. Non credo che la forza di gravità riesca a far crollare il bianco castello di carte, tutto avverrebbe come una sospensione della volgarità e della routine, per un certo periodo di tempo un albero di neve sosterrebbe il sogno realizzato dall’acqua». Ecco, se il sindaco Alemanno avesse letto Cortázar, anziché perdere tempo con le previsioni della Protezione Civile che poi ti risponde che andavano pure interpretate, chi avrebbe potuto contestargli di essere stato superficiale? Neppure Tabucchi, il quale al massimo si sarebbe accorto che, sdraiandosi a terra sotto l’albero di neve, i rami attraversano l’universo infinito, più lunghi perfino della Via Lattea.
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