La Corte costituzionale rifila l’ennesimo schiaffo a Prodi

Ombroso com'è, Romano Prodi ha visto sempre complotti dappertutto. A costo di rovinarci, diciamo subito che talora il nostro beneamato presidente del Consiglio ha avuto qualche buona ragione. È ancora ossessionato dal capitombolo dell'ottobre del 1998, quando da un giorno all'altro scese dall'altare di Palazzo Chigi per finire nella polvere dei giardinetti. Adesso, da un momento all'altro, teme il bis. Perché la maggioranza è convinta che a perdere alla grande le elezioni amministrative non è stata la coalizione di centrosinistra ma il governo. E, per esso, il primus inter pares. Ma sì, proprio lui, Romano Prodi.
Giulio Andreotti è dell'idea che gli italiani recitano il mea culpa a modo loro. Non battono il pugno sul proprio petto ma su quello altrui. Se è così, Prodi è un arcitaliano. All'indomani della Caporetto elettorale, ha detto peste e corna dei ministri e della maggioranza. E ha minacciato (sai che paura!) di piantare baracca e burattini se si continuerà di questo passo.
C'è poi una nuvola di fantozziana memoria che perseguita il Nostro. È la nuvola della Corte costituzionale. La sentenza della Consulta 360 del 1996 ha detto un sonoro «basta» alla prassi della reiterazione dei decreti legge. Perché altera la natura provvisoria della decretazione d'urgenza. Perché toglie valore al carattere straordinario dei requisiti della necessità e dell'urgenza. Perché attenua la sanzione della perdita retroattiva di efficacia del decreto non convertito. Poco prima che questa sentenza fosse depositata il 24 ottobre 1996 in cancelleria, l'allora presidente della Consulta, Mauro Ferri, in omaggio al principio della leale collaborazione tra organi dello Stato alzò la cornetta del telefono e ritenne opportuno anticipare al presidente del Consiglio dell'epoca il verdetto. A rispondere, manco a dirlo, fu Prodi. Che andò su tutte le furie e a muso duro disse: «Qui mi s'impedisce di governare».
A differenza di Niccolò Paganini, la Consulta di recente ha concesso il bis. Con la sentenza 171 di quest'anno ha censurato la mancanza della straordinaria necessità e urgenza di un decreto legge adottato nel marzo del 2004 dal secondo governo Berlusconi. Ma il soggetto percosso, perché al danno si aggiunge la beffa, sarà Prodi. Dall'inizio della legislatura sono appena 38 le leggi fin qui approvate, contro le 102 varate nel periodo corrispondente della passata legislatura, quando calcava la scena il secondo ministero Berlusconi. Ma di queste 38 leggi ben 22 sono leggi di conversione di decreti. Sovente privi dei requisiti prescritti dall'articolo 77 della Costituzione e infarciti di emendamenti che non hanno nulla a che fare con il loro contenuto. Perciò per la seconda volta la Consulta ha detto «basta». E di nuovo Prodi penserà che non solo la Corte costituzionale ma il mondo intero, quasi non avesse nulla di meglio da fare, ce l'ha con lui. Povero Calimero.