Alla corte di Marino l'ex pm antimafia d'assalto che si sente tradito

Il sindaco di Roma prende come assessore alla Legalità Alfonso Sabella. Sostituto a Palermo negli anni di Caselli, poi in declino in seguito a guai con il G8, è definito "cane sciolto" e sostiene di essere stato vittima delle sue inchieste

Un ex pm antimafia d'assalto alla corte di Ignazio Marino come assessore alla Legalità. Proprio mentre impazza la bufera sull'inchiesta Mondo di Mezzo. Arriva Alfonso Sabella, per anni pubbllico ministero a Palermo con Gian Carlo Caselli, prima dei guai col Dap e col G8 che l'hanno portato a fare il giudice a Roma. Una toga che fa parte della storia della Palermo delle indagini del dopo-stragi. Una toga sui generis, spesso al centro di polemiche, che più volte ha sostenuto di essere stato una vittima delle sue inchieste antimafia e della sua scoperte - è stato il primo a raccogliere le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca sul tema - sul fronte della presunta «trattativa».

Gli amici lo definiscono «un cane sciolto». E, forse, il ritratto gli si adatta abbastanza. Cinquantuno anni, di Bivona, piccolo comune in provincia di Agrigento, una sorella magistrato, Marzia, Sabella è in magistratura dal 1989. Non si è mai iscritto a nessuna corrente delle toghe, per scelta. E questo forse in qualche momento difficile gli è costato. Inizia la sua carriera alla Procura di Termini Imerese (Palermo) e nel 1993 passa alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli, dove inanella un successo dopo l'altro. Cattura lui boss latitanti come Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri. E proprio con lui parla per primo Giovanni Brusca quando decide di collaborare con la giustizia. Un'esperienza unica, quella della cattura dei latitanti. Che nel 2008 diventa un libro, «Cacciatore di mafiosi».

Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al Ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la Commissione parlamentare Antimafia. Sempre nel '99 Caselli, il suo ex procuratore, lo chiama al Dap con sé come capo dell'ufficio ispettorato. Cane sciolto. Lascerà dopo due anni, nel 2001, per diverbi con il nuovo capo Giovanni Tinebra. La tegola poi arriva dal G8 di Genova. Lui non c'era, ma rimane invischiato in questa storia per le violenze di alcuni agenti della polizia penitenziaria a Bolzaneto. Il Csm non lo aiuta, è un cane sciolto. E così passa a Firenze e poi a Roma, dove è giudice. Adesso l'esperienza politica. In un momento difficilissimo per il Campidoglio. Sarà lui a vigilare sugli appalti. Il settore che più guai sta provocando.

Commenti

m.nanni

Gio, 11/12/2014 - 20:51

il Pd è una disgrazia per l'Italia.

Ritratto di marforio

marforio

Ven, 12/12/2014 - 01:33

CHE SCHIFO.

g-perri

Ven, 12/12/2014 - 09:40

Ecco un altro che anzichè tentare di rimettere a posto le cose che non funzionano in casa loro, si intrufola in altre amministrazioni. Uno già è seconda carica dello Stato (e presto farà le veci del Presidente e non è escluso che ne prenda anche il posto). Un altro è garante anti corruzione, con controllo su ogni cosa che si muove (ma i benefici che avrebbe dovuto apportare la creazione di questa carica non sono visibili). Un altro diventa responsabile della legalità a Roma. Ma è possibile che in Italia tutte le persone capaci ed oneste provengano dalla magistratura? Non sarebbe meglio che queste "intelligenze" anzichè tentare di "amministrare l'Italia" si occupassero di "amministrare bene" la giustizia italiana?

Ritratto di enzo33

enzo33

Ven, 12/12/2014 - 09:40

refugium peccatorum...tutti i magistrasti falliti si rifugiano in politica, avrebbero potuto abbracciare il mestiere di operatori ecologici, avremmo avuto cosi, veramente più pulizia, e magistrati falliti in meno. (sempre che non venissero a fare i lavativi anche loro, non ci sarebbe da meravigliarsi).