«Così abbiamo riportato il sorriso tra i bambini dell’Afghanistan»

I soldati italiani raccontano gli interventi a favore della popolazione afghana: dai piccoli malati ai figli delle detenute di Kabul costretti a vivere in carcere

Fausto Biloslavo

da Kabul

L’ingresso del blocco numero due di Pol i Charki, il famigerato penitenziario di Kabul, è sforacchiato dai proiettili. All’interno le celle sono devastate e sulle pareti i prigionieri talebani e di Al Qaida, sobillatori della rivolta esplosa la scorsa settimana, hanno scritto slogan inneggianti alla «guerra santa contro i servi degli americani». Cinque prigionieri sono rimasti uccisi. I primi a entrare nel carcere devastato, dopo la resa, sono stati i soldati italiani per portare materassi, cuscini e coperte alle donne prigioniere, circa una settantina, alcune delle quali erano state prese in ostaggio dai rivoltosi.
Il colonnello Giorgio Romitelli, vicecomandante della brigata multinazionale dispiegata a Kabul, è un soldato di poche parole, ma dietro la scorza da duro deve nascondere un buon cuore. «Siamo venuti per il bene dei bambini», spiega attorniato dalla sua scorta con il dito sul grilletto. In Afghanistan è particolarmente impietosa la situazione delle donne detenute, che vivono dietro le sbarre assieme ai figli, perché non saprebbero a chi lasciarli. A Pol i Charki i piccoli prigionieri innocenti sono ben 71, alcuni dei quali hanno appena cominciato a camminare. Quando i soldati italiani tirano fuori giocattoli e animali di pezza si scatena l’assalto dei bambini. Le donne rimangono dietro le sbarre mentre le guardie afghane scaricano materassi e cuscini. «I nostri figli sono piccoli e dobbiamo nutrirli. Vogliamo tè, zucchero e riso» gridano le prigioniere, ma poi non disdegnano le coperte e tutto il resto.
A Kabul sono impegnati circa 1.200 soldati italiani inquadrati nella missione Nato (Isaf), che sta accompagnando l’Afghanistan sulla strada della democrazia. Ragazzi che non si occupano solo di guerra, ma pure di aiuti umanitari, ricostruzione e addestramento delle truppe afghane. «Fino ad oggi abbiamo trattato 1.500 casi di leishmaniosi, una brutta malattia che colpisce soprattutto i bambini» spiega il tenente colonnello medico Roberto Schirra. Due volte alla settimana i militari italiani aprono l’ambulatorio Hope (Speranza) vicino a Camp Invicta, la base del contingente Italfor, ricavata in vecchie caserme sovietiche. All’ingresso si crea ogni volta una calca di povera gente composta da donne coperte da burqa cenciosi, con i bambini malati in braccio e anziani pieni di acciacchi. La leishmaniosi è provocata da un insetto, che trasmette un parassita. Se ti va bene ti becchi solo la forma cutanea, che si manifesta con una crosta nera e purulenta sulla pelle, altrimenti rischi la morte. In Afghanistan è un flagello che colpisce 200mila persone. Si cura con iniezioni di antibiotico in loco per evitare che le pustole lascino delle cicatrici devastanti.
Rosa Birra, giovane caporale di Napoli, tiene ferma con delicatezza la testolina di una bambina di sei anni, con il volto rovinato dalle croste, che piange disperatamente. Un altro soldato del 132° Reggimento artiglieria corazzata Ariete fa l’iniezione direttamente nella pustola, altrimenti la cura non serve. «Ne vediamo di tutti i colori e talvolta si stringe il cuore ­ racconta il maggiore Massimo Bentivegna ­. Poco tempo fa è arrivato un bambino bellissimo di 4 anni, con gli occhi scuri e penetranti affetto da una grave anemia. La mamma, giovanissima, non ha più soldi per le trasfusioni di sangue. Stiamo cercando di aiutarla, ma se non interverrà un trapianto di midollo il bambino morirà».
Negli ultimi due anni le unità Cimic, che si occupano degli interventi a favore della popolazione, hanno ristrutturato 16 scuole e due orfanotrofi, oltre a consegnare 1.600 banchi, 30mila penne e 26mila quaderni. I soldati italiani hanno realizzato 29 pozzi e l’ufficiale veterinario di Italfor ha trattato 3.500 capi di bestiame. Per non parlare dei 3.000 chilogrammi di alimenti, 7.200 scarpe, 19.200 capi di vestiario per bambini e 6.300 giocattoli distribuiti agli afghani.
A Camp Invicta si sta svolgendo anche un corso di roccia per 40 ufficiali e sottufficiali del nuovo esercito afghano. Una prima tappa verso la formazione di truppe alpine a Kabul, che prevede anche un mese di addestramento sulle nostre Alpi. Nasir Ahmad, barbone nero, fisico da commando e occhiali da sole anni Settanta, arrampica come un gatto. «L’ultima battaglia contro i talebani l’ho combattuta nella provincia di Zabul. Siamo arrivati con gli elicotteri assieme alle forze speciali americane ­ racconta la recluta dei futuri alpini afghani ­. Adesso non vedo l’ora di andare in Italia».