«Così conquistiamo la tana del nemico»

«Quando irrompi in un covo devi prendere decisioni fatali in pochi attimi. Ma l’operazione è studiata nei minimi dettagli»

Lo chiameremo Mark, ma non è il suo vero nome. Gli ex commando delle Sas «Special air service» non amano parlare con i giornalisti. Mark e altri commilitoni hanno formato l’Ake group, una società di sicurezza inglese che fornisce servizi pure in Afghanistan. Inoltre gli ex Sas «addestrano» gli inviati dei grande media internazionali a sopravvivere in zone di guerra. Una parte del corso riguarda i rapimenti in zone ostiche. Mark ne sa qualcosa, perché ha partecipato ad un blitz per liberare degli ostaggi quando era in servizio.
Per la prima volta la Nato interviene con un blitz per liberare degli ostaggi in Afghanistan. Cosa ne pensa?
«Penso che sia stata una buona operazione. Gli ostaggi sono rimasti feriti, ma fa parte del rischio di questo tipo di azioni. La Nato ha inviato un forte messaggio dimostrando che è capace di reagire conducendo azioni del genere».
Quali sono i metodi e le procedure utilizzate dalle Sas per la liberazione di ostaggi?
«Prima di tutto bisogna raccogliere informazioni direttamente collegate al gruppo coinvolto nel sequestro. Il lavoro, non facile, è intrecciare informazioni di intelligence provenienti da più parti per ottenere un quadro preciso. Non sto parlando solo di fonti locali, ma pure di informazioni che arrivano da sistemi di sorveglianza aerea, oppure da intercettazioni di comunicazioni. Una volta creato un quadro preciso si passa alla pianificazione. Realizzare l’operazione in 48 ore, come in questo caso, è già di per se un successo, soprattutto tenendo conto che coinvolgeva forze di paesi diversi».
Corpi speciali italiani e britannici sono un buon connubio?
«Ho lavorato con le forze speciali dei carabinieri, in passato, simulando vari scenari. Penso che non ci siano problemi a condurre operazioni del genere assieme».
Quanti uomini servono per un blitz come quello condotto in Afghanistan?
«Vengono utilizzate molte risorse a cominciare dagli aerei senza pilota, gli elicotteri, le truppe in appoggio da far intervenire in caso di necessità. Poi c’è il nocciolo che condurrà l’intervento vero e proprio, gli strike element, solitamente non meno di trenta».
Secondo lei chi è entrato nel covo per liberare gli ostaggi?
«Non esistono regole precise in questi casi, ma una sorta di codice non scritto. Trattandosi di ostaggi italiani dovrebbe venire lasciata la precedenza ai corpi speciali italiani. Tutto però dipende da chi ha le migliori capacità operative sul terreno».
Ha mai vissuto momenti così difficili?
«Non in Afghanistan, ma sono stato coinvolto in un’operazione del genere. Non è così semplice entrare, ammazzare i cattivi e portarsi via gli ostaggi. Solitamente si fa saltare l’ingresso con dell’esplosivo e una volta dentro si viene avvolti dal fumo e dalla confusione. La tensione è altissima e devi prendere decisioni fatali in pochi attimi. Anche se ti addestrato a lavorare in gruppo tutto dipende dai singoli individui».
Quali sono le maggiori difficoltà nel condurre dei blitz per liberare degli ostaggi in Afghanistan?
«La rete tribale e le sue connessioni sul territorio, oltre alla morfologia. Se la squadra si avvicina mimetizzandosi in una fitta giungla è più facile non venir scoperti, rispetto all’ambiente afghano. L’effetto sorpresa è fondamentale, ma mantenerlo in Afghanistan è molto difficile».