Così dentro la curva rossonera s’è insediato un covo di banditi

C’erano una volta gli ultras del Milan. Al loro posto oggi c’è un gruppo criminale nei cui reali interessi il calcio occupa poco spazio. L’occupazione militare della Curva sud di San Siro da parte di questo gruppo criminale è avvenuta con sorprendente rapidità e con metodi brutali. Dentro la curva il gruppo fa i suoi affari indisturbato, in una delle poche zone della nostra società in cui le regole della legalità non valgono. Omertà e violenza hanno accompagnato questa presa di potere. «Io sono orgoglioso di non essere uno di voi», ha detto Paolo Maldini. Non è stata un’affermazione casuale.
Alcuni passaggi di questa presa di potere sono noti. Altri, finora sconosciuti, il Giornale è in grado di documentarli. Non è l’unico caso di infiltrazioni criminali nel tifo organizzato. Ma il caso del Milan è più drammatico, e merita di essere raccontato.
Martedì scorso il pm milanese Luca Poniz ha chiesto il rinvio a giudizio dei capi della nuova curva rossonera. Associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. I Guerrieri Ultras - questo il nome del gruppo che ha cannibalizzato a tempo di record la curva - sono accusati da Poniz di avere trasformato la Sud in una macchina da soldi, imponendo con la forza la propria legge. Gli episodi ricostruiti da Poniz fanno impressione. Ma c’è dell’altro.
Una inchiesta ancora riservata, condotta dalla Digos milanese, sta ricostruendo in queste settimane il filo che lega un’altra serie di violenze. Violenze ai danni dei tifosi «concorrenti». E violenze sugli spalti, sorta di messaggi mafiosi inviati al Milan per costringerlo a venire a patti con i nuovi capi della curva. Il cervello è sempre lo stesso: Giancarlo Lombardi detto «Sandokan». Lombardi alla partita non ci va più, perché colpito da diffida. Uno dopo l’altro anche i suoi luogotenenti - Luca Lucci, Mario Diana, Giancarlo Capelli - sono stati colpiti da diffida. Ma anche dall’esterno i capi Guerrieri continuano a dettare legge. Lombardi due giorni fa era in via Turati, davanti alla sede del Milan, a farsi intervistare, spiegando e rivendicando gli insulti a Maldini.
Brigate Rossonere, Commandos Tigre, Fossa dei Leoni: i gruppi storici sono spariti dalla curva molto in fretta. La prima volta che il nome dei Guerrieri compare in un rapporto dei carabinieri è l’8 gennaio 2006, Milan-Parma. Già in quel rapporto si dice che il nuovo gruppo è sospettato di rapporti con ambienti della malavita, si parla di una sparatoria avvenuta poco tempo prima in via Faenza, di gruppi che controllano lo spaccio al Parco Lambro, di contatti con l’oscura e tragica storia di un agente immobiliare morto suicida. I fatti successivi confermeranno e rafforzeranno questi sospetti.
Il capo, Lombardi, per la giustizia è solo un ex ladro di auto che ha fatto carriera: ha messo in piedi due società di informatica, la Avant Garde e la L&B Informatica, controlla il Bar Bianco all’interno del parco Sempione insieme a un socio macedone, gira con una Ferrari 360 Modena. Una faccia pulita, un imprenditore? Può darsi. Ma il 1° luglio scorso la stradale lo ferma sulla tangenziale est di Milano, a bordo di una Renault Clio dal cui finestrino vola un pacchetto imbottito di cocaina. A guidare la Clio, è il braccio destro di Lombardi: Luca Lucci, un gigante rasato e tatuato, che sotto il sedile ha un coltello da 25 centimetri. E qui la cosa si fa ancora più interessante. Perché di Luca Lucci parla in un verbale del 3 agosto 2007 il «pentito» Luigi Cicalese. Tra decine di crimini, Cicalese racconta anche di avere assassinato l’avvocatessa milanese Maria Spinella. Per fuggire dal luogo del delitto, dice di avere usato una Clio nera. È l’auto di Lucci. «Luca è un amico, gli diamo la cocaina, lo serviamo noi». Il contatto tra il gangster e l’ultrà rossonero è Daniele Cataldo, rapinatore e narcotrafficante, amico d’infanzia di Luca Lucci. Quando Cataldo gli chiede l’auto che verrà usata per il delitto, Lucci gliela dà senza fare domande. Non è solo il suo grossista di cocaina. È anche un suo amico.
Se questo è il milieu che sta dietro i Guerrieri Ultras, non c’è da stupirsi se le loro vittime scelgano quasi sempre di stare zitti. La sera del 25 gennaio 2007, davanti a San Siro, Valter Settembrini dei Commandos Tigre viene massacrato di botte da due Guerrieri, Michele Caruso e Massimiliano Colombo. Lo accusano di essere un confidente della Digos, lo rovinano di botte. Ma al processo Settembrini non si costituisce neanche parte civile. Scena ancora più eloquente a Torino, 20 maggio 2008, Juventus-Milan. Un tifoso juventino, William Marzano, viene aggredito brutalmente dai Guerrieri. Le telecamere immortalano il solito Luca Lucci. Quando la polizia lo incrocia all’uscita dallo stadio, pesto e sanguinante, Marzano dichiara testualmente: «Non è successo niente, sono caduto dalle scale».
L’impunità genera altre violenze. Il 15 febbraio scorso Virgilio Motta, tifoso interista, viene aggredito durante il derby. Luca Lucci gli sfonda un occhio, Motta perde la vista per sempre. Questi sono i metodi criminali della nuova curva del Milan.