Così la democrazia digitale uccide la privacy del suo guru

Il fondatore di Apple gravemente malato lascia la guida del gruppo. Ma ormai la finanza non accetta più segreti neppure quando è in gioco la dignità umana

Un giorno di settembre. Steve Jobs si presenta con una maglia a dolce vita nera, pallido, magro, sottile fino all’osso, come l’ultimo modello di iPhone che stringe nella mano. Tutti si interrogano sulla sua salute, lui se la cava citando Mark Twain: "Le notizie sulla mia morte sono un po’ esagerate". Quattro mesi fa bastava un motto, un trancio di cinica ironia. Ora qualcosa è cambiato. L’uomo che nella primavera del 1976 costruì, in un garage di Cupertino, insieme all’amico Steve Wozniak, il primo personal computer, quello con la mela, quello che è culto e design, è di nuovo faccia a faccia con sorella morte. Quel tumore che sembrava battuto ha bussato un’altra volta. È lì, nel pancreas, dove tutto corre veloce. E la sua storia, questa battaglia contro la malattia, sta diventando lo specchio filosofico di questo secolo, dove la merce più rara e preziosa è l’informazione. Va raccontata così, come lo scontro tra due diritti strabici, con magari uguale dignità, ma motivazioni diverse. Steve Jobs sta male. Si vede. Basta guardarlo in faccia. Wall Street è in fibrillazione. Il destino in borsa della Apple dipende dalla sorte del suo padrone. La stampa americana scrive: «Jobs si può sostituire, non si può clonare». Gli investitori sono nervosi, frustrati, scontenti. Non sopportano la reticenza della Apple. Vogliono sapere. È un loro diritto. Quattro anni fa lui aveva ricacciato quel tumore in silenzio. Solo dopo aveva parlato, raccontando al mondo quello che c’era nelle sue viscere: «Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino. Questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro, che era quasi sicuramente di tipo incurabile. Sarei morto entro tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti che devi morire)». E invece Jobs sopravvisse. Quelle cellule impazzite restarono in letargo per quattro anni. Si può convivere con l’idea della morte. È qualcosa di naturale, ci si abitua. Dice Jobs: «Ho vissuto ogni giorno come fosse l’ultimo». È il suo modo per dire: non mi arrendo.

Ma questa volta è un po’ più difficile. La seconda botta fa paura. Il colore della pelle è una spia. Tutti intuiscono, lui ha voglia di solitudine. Gli altri chiedono e il padre della mela cerca di cavarsela con un comunicato, che qualcosa dice e molto nasconde: «Ho perso peso. Dopo alcuni test i medici mi hanno fatto sapere che è uno scompenso ormonale. Mi ruba le proteine di cui il mio corpo ha bisogno. Il rimedio è relativamente semplice e ho già cominciato la cura. Nel frattempo continuo a lavorare». Jobs non vuole raccontare i suoi fatti privati. Non vuole mettere quel male che lo sta divorando in piazza. Cerca di dare qualcosa in pasto agli investitori, che restano scettici. Ma poi tutto peggiora. Jobs annuncia il suo ritiro dalla Apple per sei mesi: «Le mie condizioni di salute sono più complesse di quanto si pensasse».

È un terremoto. Sdegno. Gli investitori minacciano di portare la Apple in tribunale. Jobs ha barato. Aveva il dovere morale di dire la verità sul suo cancro. Qui c’è gente che rischia di rimetterci soldi. Ecco lo scontro di diritti: la trasparenza contro la privacy. È una zona grigia, dove ognuno può trovare le sue ragioni. La conoscenza è ricchezza. È il sale di questa economia immateriale, solubile, che si nutre della capacità di sapere dove tira il vento. Niente barriere. Niente segreti. I paladini della «democrazia delle informazioni» sostengono che la riservatezza è abuso, monopolio, tirannide dei pochi che sanno contro il popolo non connesso, ignorante.

E allora, può il padrone della Apple nascondere il suo pancreas? Lui, un uomo pubblico, che con la sua morte farebbe crollare i mercati, non può celare al mondo la propria agonia. Questo mondo, dicono, deve diventare un palazzo di vetro. Questa tesi, che molti non faticano a condividere, non vale solo per la finanza. Si può nascondere la malattia di un leader politico? Anche i suoi elettori, il suo popolo, hanno diritto di sapere. È giusto che lo Stato spii il proprio territorio per difendersi? È saggio il datore di lavoro che conosce vizi e virtù dei propri dipendenti? Da qualche parte c’è un limite, ma sudiamo ad individuarlo. La democrazia delle informazioni è questa: tutti devono sapere tutto di tutti. È il vessillo della trasparenza. Non sono forse i regimi totalitari quelli che alzano cortine di ferro? Le dittature, da sempre, hanno il vizio di nascondere le notizie. Solo che questa volta la democrazia va a sbattere contro la libertà.

L’individuo è nudo, in piazza. È lì, senza più barriere alla sua dignità di uomo, neppure l’agonia e la morte meritano il silenzio. La «democrazia delle informazioni» mostra, questa volta, il suo punto debole, la faccia nascosta, il volto della tirannide. Ti entra in casa, ti scava il corpo, come una sonda, e cerca la misura del tuo dolore. Jobs dice che la morte è la più grande invenzione della vita. È l’agente di cambiamento. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Poi ognuno faccia le sue scommesse.