Così Firenze si tolse il fango di dosso «Casa nostra, un quartier generale»

Quell’incontro tra il giornalista e il palombaro primo cittadino

nostro inviato a Firenze
A vederlo oggi, così molle e svogliato, così magro che le papere galleggiano appena sotto il ponte alle Grazie, si stenta a riconoscere la belva furente che la mattina del 4 novembre di quarant'anni fa se ne andò maramalda a spasso per la città, facendo sfracelli e lasciandosi dietro un’immensa bava di melma fetida e lubrica. Affacciati alle spallette, là dove l'Arno lambisce il quartiere della Zecca vecchia, davanti alla Biblioteca nazionale, si dura fatica a capire come abbia potuto, il vecchio fiume adagiato laggiù, scavalcare gli argini e impennarsi per altri cinque, sei metri al di sopra dei lungarni.
«Tutto è cominciato all'improvviso, senza segnali, senza che fosse possibile sapere in tempo... ». Chi ha almeno una cinquantina d'anni, ricorderà forse la voce commossa di Richard Burton, il grande attore cui Franco Zeffirelli affidò il commento al suo celebre documentario sui guasti di quell'alluvione. Forse però bisogna esserci stati, essersi trascinati nel fango di quella Firenze che sembrava pensata più da un Bruegel che da un Masaccio, per non dimenticarselo più. Come la signora Patrizia Balzani, che alle 12 in punto vede il suo gift shop che occhieggia a una cinquantina di metri dalla Biblioteca invaso da una torma di russi a caccia di souvenir. E nessuno che alzi gli occhi e si domandi che ci sta a fare, in questo guazzabuglio allegro e colorato, quell'incongrua, angosciosa raccolta di fotografie in bianco e nero che ritraggono Firenze in quei giorni di mortorio. Nessuno fa più domande su quei giorni. Ma lei, che all'epoca stava in Borgo Allegri, al 6, se li ricorda come fosse ieri. Con gli inquilini del palazzo che andavano da suo nonno Nello, che sapeva sempre tutto, a domandargli che stava succedendo, e Nello si guardò intorno e per la prima volta disse: «Oi che lo so, io?» E gli angioli del fango che arrivarono da tutto il mondo per rimboccarsi le maniche e salvare il patrimonio artistico e culturale della città. E il principe Amedeo d'Aosta calato in città dai suoi poderi in Chianti per portare acqua, zucchero, pasta e latte in polvere agli sventurati che avevano perso casa.
Quarant'anni dopo, Firenze ricorda l'alluvione del '66 con un'alluvione di eventi, di manifestazioni; con un’iperbolica serie di mostre, convegni, spettacoli, incontri, mostre, proiezioni, esercitazioni, raduni e commemorazioni in cui si stenta a riconoscere il carattere sobrio e schivo dei fiorentini. Ci sarà spazio per tutti: dalle istituzioni pubbliche cittadine e regionali a decine di associazioni, enti, la curia e l'esercito, i vigili del fuoco, le scuole e i musei, il volontariato e le categorie economiche. Uno strepito che non sarebbe piaciuto a Piero Bargellini, il sindaco letterato che nei giorni del lutto e dell'angoscia si batté come un leone, signoreggiando la catastrofe - lui così mite e riservato - come un generale. Anzi, «come un granduca», ammise lui stesso un po' vergognoso, per giustificare certe sue provvidenziali iniziative che avevano fatto polpette di prudenze gerarchiche e del galateo burocratico.
Via delle Pinzòchere, dove Bargellini abitava, è nel quartiere di Santa Croce, «uno dei più barcocchiati e sciagattati dalla furia dell'Arno», come scrisse Montanelli in un suo celebre articolo che rievocava la visita da lui resa al sindaco «vestito da palombaro»; lui che odiava l'acqua e ai bagni di Castiglioncello, dove c'era anche Spadolini, si presentava vestito di tutto punto, immergendo nel bagnato solo le caviglie.
Oggi, in quello stesso palazzo quattrocentesco da cui si scorge la gran chiesa, abitano ancora due dei figli di Bargellini, Antonina e Mauro. «Il babbo era stato chiamato alle 4 del mattino dal questore, che temeva il crollo del Ponte Vecchio - racconta Antonia -. C'erano alberi, furgoni, automobili che sbattevano contro i pilastri. Sicché si cercarono gli orafi, i proprietari delle botteghe del Ponte perché mettessero in salvo le loro cose. All'intorno, lo spettacolo era agghiacciante. L'acqua aveva invaso anche due imprese di pompe funebri e alcuni negozi di abbigliamento. E quelle bare che galleggiavano, insieme con i manichini... : insomma si pensò che fossero morti veri, travolti dalle acque».
La melma, e il gasolio fuoruscito dalle caldaie delle case, che lordavano statue e monumenti, le case della povera gente e i palazzi storici. I libri della Biblioteca e i quadri degli Uffizi sott'acqua. Fu allora che da tutto il mondo calarono su Firenze gli angioli del fango, ragazzi e ragazze di ogni nazionalità venuti a dare una mano, armati di pale e stivali. Illustri sconosciuti e illustri conosciuti, come Ted Kennedy «ma noi si aspettava Bob,che era molto più carino», celia Antonina.
«La preoccupazione principale del babbo era che Firenze, la sua economia, restassero segnate dalla catastrofe - dice Mauro -. Date fiducia agli artigiani, diceva ai signori delle banche. E quelli: ma le garanzie... Guardategli le mani, ribatteva lui. Sono quelle le vostre garanzie».
Più che contro il fango, scrisse Montanelli, «fu la lotta contro il pianto la vera pagina eroica della Firenze alluvionata». Piero Bargellini, che dal fango si era visto rapinare la sua adorata collezione di libri, invece di abbattersi la girò in sfida e sarcasmo, sbertucciando lo spirito del fiume. «O che fai?» gli domandò basito Indro quando se lo vide davanti vestito da palombaro. «Come che fo? - rispose Bargellini -. I fanghi, non lo vedi? Me li hanno portati a domicilio... ». La parola d'ordine fu: niente piagnistei. Si lavorò, e si riportò Firenze com'era. «Sa come siamo noi fiorentini - riassume Antonina Bargellini -. Quando uno sta per morire, noi si dice: sta poco bene. Le iperboli ci danno l'orticaria. Sì, credo che il babbo sarebbe un po' seccato, di fronte allo show che s'annuncia».