Così il governo ha rilanciato il Mezzogiorno

Con il centrodestra la spesa annua per il Mezzogiorno è passata da 16 a 22,7 miliardi

Altro che arresto della crescita del Mezzogiorno durante il governo Berlusconi: questo è un altro dei luoghi comuni su cui la sinistra ha imbastito la sua propaganda. Eppure, gli effetti di un cambio, non solo di marcia, ma anche di registro, attuato dal governo Berlusconi fu notata già nel 2003 dall’Ocse: «Nel sistema di governo del Sud c’è stata una radicale trasformazione da una mentalità di contributi a pioggia con spreco di risorse pubbliche, ad un uso più efficiente di aiuti pubblici e fondi strutturali comunitari. In conseguenza tutte le regioni del Sud hanno migliorato la loro performance economica» (Ocse, Economic Survey Italia 2003).
I numeri dicono che, dal 2001 al 2004, la crescita media annua nel Mezzogiorno è stata dell’1,3% e quindi superiore alla media nazionale. Infatti, se tra il 1996 e il 2002 la crescita media del Pil del Sud è stata dello 0,2% in più rispetto alla media nazionale, sotto il governo Berlusconi la media è aumentata allo 0,3% in più. Senza contare che se sotto i governi di centrosinistra gli occupati nel Mezzogiorno erano 5.945.000, con il governo Berlusconi sono divenuti 6.461.000, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 20,8% al 14,1%.
«Anno dopo anno si sono ridotte consistentemente le risorse destinate al Mezzogiorno» (Roberto Barbieri, responsabile Ds per il Mezzogiorno, 16 gennaio 2006)
Il nuovo approccio adottato dal governo non ha comportato un taglio dei fondi destinati alle regioni più svantaggiate, che anzi sono stati aumentati: se durante i governi di centrosinistra la spesa in conto capitale per il Sud è stata in media di 16 miliardi di euro l’anno, con il governo Berlusconi la cifra è salita a 20,5 miliardi l’anno, e solo nel 2005 è stata di 22,7 miliardi di euro, la cifra più alta mai destinata al Mezzogiorno in un solo anno. Il governo è riuscito inoltre a ottenere maggiori risorse dall’Ue per le Regioni svantaggiate: 18,9 miliardi di euro contro i 17,4 miliardi previsti dall’Agenda 2000. Tra l’altro, da tre anni l’Italia è il primo paese dell’Ue per utilizzo dei fondi europei: dal 2002 i fondi disponibili per il Mezzogiorno vengono utilizzati al cento per cento, contro una media del 50% dei precedenti governi.
Dal 2003, anno in cui con la legge Finanziaria è stato istituito il Fondo per le aree sotto-utilizzate (Fas), tutte le Finanziarie hanno stanziato finanziamenti aggiuntivi per la spesa destinata alle aree sottoutilizzate, da destinare non solo agli aiuti diretti, ma anche per le varie tipologie di intervento volte a promuovere lo sviluppo di quelle aree, in particolare del Mezzogiorno (cui è destinato l’85% delle risorse). Al 2005, erano stati destinati al Fas più di 30 miliardi di euro. La seguente tabella riassume i finanziamenti complessivi per le aree sotto-utilizzate (in milioni di euro) per i prossimi anni, a partire dal 2006:
«Il governo ha preso i voti ed è scappato perché quei voti non si sono tradotti nelle politiche annunciate, ma semmai in politiche contro il Mezzogiorno» (Francesco Rutelli, 2 maggio 2002).
Le accuse di Rutelli possono essere facilmente smentite, citando solo alcune delle misure approntate dal Governo in favore del Mezzogiorno.
Tetto del 30% da destinare al Sud. Nel pieno rispetto del Patto per l’Italia siglato con le parti sociali nel 2002, a partire dalla Finanziaria 2003 il governo ha istituito l’obbligo per le Amministrazioni centrali e per le imprese pubbliche di investire al Sud una quota non inferiore al 30% delle proprie risorse ordinarie in conto capitale, e ne ha monitorato l’effettiva applicazione.
Incentivi per l’occupazione. Con le finanziarie 2002, 2003 e 2005 si è garantito lo sgravio contributivo totale Inps ed Enpals per un periodo di tre anni dalla data di assunzione per i neoassunti nel 2002, nelle regioni del Sud, nelle isole, in Abruzzo, Molise e altre aree con un alto tasso di disoccupazione. In quelle stesse regioni, è stato prorogato fino al 2006 il credito di imposta di 400 euro mensili (450 se il lavoratore ha più di 45 anni) per ogni assunzione a tempo indeterminato. Solo nel 2004 sono stati inoltre stanziati 14mila finanziamenti, che hanno prodotto 16.800 nuovi occupati.
È stato poi predisposto un ulteriore abbattimento della base imponibile Irap per i datori di lavoro che aumentano rispetto al 2004 il numero dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato: 20mila euro deducibili, che diventano 40mila euro nel Mezzogiorno e in altre aree svantaggiate. In questo modo il governo ha operato di fatto quella fiscalità di vantaggio che il centrosinistra vorrebbe far passare come una sua idea innovativa in quanto scrive: «Bisogna porre con la Commissione Ue la questione della possibilità di ottenere una fiscalità di vantaggio per le regioni in ritardo» (Programma dell’Unione, p. 93).
In realtà, già l’8 dicembre 2005 la Commissione europea aveva dato il via libera agli sgravi fiscali sull’Irap, giudicandoli conformi al regolamento europeo sugli aiuti di Stato per l’occupazione. In questo modo l’esecutivo comunitario aveva già dato l’imprimatur alla cosiddetta fiscalità di vantaggio applicata dal governo italiano, e ha riconosciuto che è possibile diversificare l'applicazione di un’imposta all’interno di uno stesso Stato.
Incentivi per le imprese. In merito alle forme per incentivare gli investimenti nel Mezzogiorno, il centrosinistra ha accusato il governo di aver ridotto o bloccato gli incentivi alle imprese. In realtà, se durante i governi del centrosinistra gli incentivi alle imprese sono stati pari a 10,1 miliardi di euro, durante questo governo sono aumentati a 14,7 miliardi. Non di riduzioni si è trattato, ma di un ripensamento delle modalità di contributo. Con la legge 80 del 14 maggio 2005, oltre ad essere stati rafforzati gli sgravi Irap per i nuovi assunti nel Mezzogiorno, è stato infatti riformato il sistema degli incentivi alle imprese, rimodulando la legge 488 del 1992, un provvedimento necessario per ridurre gli sprechi delle finanze pubbliche e per destinare le risorse in interventi veramente efficaci per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
Invece di contributi a fondo perduto, lo Stato paga gli interessi sui capitali effettivamente investiti: a questo scopo è stato istituito, presso la Cassa Depositi e Prestiti, un fondo rotativo. È evidente che, in questo modo, lo Stato non è meno assente nel Meridione, ma rende più responsabili le imprese beneficiarie degli stanziamenti, poiché sono stimolate ad essere realmente produttive e non, come accadeva in passato, a ricevere passivamente dei contributi. Inoltre, viene maggiormente coinvolto il settore bancario, che ha il compito di contribuire alla selezione, e al finanziamento, dei progetti maggiormente fattibili sotto il profilo economico-finanziario.
Banca del Sud. Con la legge Finanziaria per il 2006 è stata istituita la Banca del Mezzogiorno in forma di società per azioni ed è stata autorizzata la spesa di 5 milioni di euro per l’apporto al capitale della Banca da parte dello Stato, in quanto soggetto fondatore. Ma il capitale della banca sarà in prevalenza privato e aperto, con un azionariato popolare e diffuso. Il principio ispiratore di questo nuovo istituto bancario è sostenere lo sviluppo economico del Sud facendo in modo che siano anzitutto i soldi del Sud a far crescere il Mezzogiorno. Come ha rilevato il ministro allo Sviluppo e alla Coesione territoriale, Gianfranco Micciché, in passato le grosse banche pubbliche meridionali non hanno certo favorito la cultura di impresa al Sud. Oggi vi sono nuovi soggetti privati che rispondono però ancora a vecchie logiche. Occorre invece la presenza di nuovi sistemi creditizi che scommettano maggiormente sul territorio, e l’istituzione della Banca del Sud, della cui trasparenza si fa garante lo Stato, serve appunto a innescare questo meccanismo virtuoso.
I veri incentivi al Sud non sono più i finanziamenti a fondo perduto, come hanno sottolineato i più autorevoli economisti nazionali e internazionali, ma le infrastrutture e la formazione delle risorse umane. Ecco perché il Governo, a dispetto degli slogan della sinistra contro i presunti tagli agli aiuti per il Mezzogiorno, ha puntato in modo particolare, accanto alla promozione della imprenditorialità, su questi due aspetti, per fare del Sud un vero e proprio polo dello sviluppo in una cornice euromediterranea.
«Il Sud ha bisogno di grandi progetti, di infrastrutture, di un’efficace gestione delle reti» (Massimo D’Alema, 17 febbraio 2005).
Più infrastrutture. Non si può non inserire in una valutazione sul Mezzogiorno ciò che è stato fatto nel campo delle grandi opere e delle infrastrutture. Dei 125,8 miliardi di euro previsti dal Governo per le grandi opere, quasi la metà è destinata al Sud, una cifra nettamente superiore ai 17,5 miliardi di euro stanziati tra il 1989 e il 2001. Gli interventi nel Sud sono stati 129, contro i 101 nel Centro-Nord. Tra gli interventi finanziati e già attivati: le autostrade Salerno-Reggio Calabria (che sarà ultimata nel 2009 e non nel 2035, come preventivato a suo tempo dal centrosinistra), Messina-Siracusa-Gela, Messina-Palermo (ultimata in 2 anni dopo 40 anni di attesa) e Cagliari-Porto Torres; il potenziamento dell'autostrada 131 Carlo Felice; l’ammodernamento del porto di Taranto e le zone portuali di Gioia Tauro e Catania; le direttrici ferroviarie Napoli-Caserta-Foggia; Calabria e Sardegna. Inoltre, interventi per il sistema idrico in tutto il Sud per oltre 913 milioni di euro, appalto per il ponte sullo Stretto, che era già stato approvato dai governi di centrosinistra, che adesso hanno cambiato idea e si oppongono; potenziamento dei porti mediterranei con un incremento della capacità da 3 a 9 milioni di container in quattro anni.
Più ricerca e innovazione. Se i governi di sinistra hanno stanziato in media 84 milioni di euro in contributi alle imprese per la ricerca e 8 milioni per l’innovazione, l’attuale Governo ha stanziato rispettivamente in media 204 milioni e 61 milioni: questo basta a dare la cifra della differenza nei principi e nei fatti che guidano le strategie per rilanciare il Mezzogiorno. Tramite una delibera del Cipe del novembre 2003 sono stati stanziati 900 milioni di euro per i migliori progetti presentati dalle Regioni meridionali per la bonifica di vecchie aree industriali, per la ricerca e l’innovazione e per la diffusione della banda larga al fine di colmare il divario telematico Nord-Sud; 140 milioni di euro per la creazione di nuovi distretti tecnologici in Sicilia, Campania, Calabria, Basilicata, Sardegna e Puglia; 100 milioni di euro aggiuntivi dei fondi europei e locali, per creare 11 territori di eccellenza ad alto potenziale di sviluppo. In totale ben 1,5 miliardi di euro sono stati stanziati solo per il Sud dal governo per innovazione tecnologica, ricerca e società dell’informazione. A queste misure si devono aggiungere tutti gli stanziamenti, in cui è coinvolto anche il Mezzogiorno, per i progetti di ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione professionale.
Conclusione
Confezionare uno slogan richiede fantasia e nessuno scrupolo per la verità. Invertire un malcostume pluridecennale richiede umiltà e consapevolezza degli interessi nazionali visti come un tutt’uno. La sinistra si è riservato il primo compito, il più facile; la destra si è impegnata nel secondo obiettivo e quanto ha già fatto testimonia la sua coerenza. Anche se i soldi non si trovano scavando buche. Le migliaia di aziende e le decine di migliaia di lavoratori che hanno beneficiato delle misure del governo di centrodestra sono a testimoniare dei reali progressi fatti dal Mezzogiorno.
(11. Fine)