"Così ho battuto la paura e la solitudine"

Il grande attore legge Leopardi al Meeting: "Un realista intenso ma non depresso". E racconta la sua riscoperta della fede scatenata dall’immagine tv dell’esecuzione di un ufficiale cambogiano

Rimini - Fuma tantissimo, decisamente troppo, mentre guarda i suoi interlocutori con quegli occhi chiari e cristallini che hanno visto quattro decenni di cinema e di teatro. Al Meeting di Rimini Giancarlo Giannini ci è arrivato ieri per la prima volta, in una giornata di ministri e governatori di Regione, atteso da oltre tremila persone che da lui volevano sentir vibrare le parole di Giacomo Leopardi, quel suo modo di raccontare cosa c’è in fondo al cuore che leghi indissolubilmente l’uomo alla luna, alle stelle, al senso di un amore infinito. Interprete in scena di "Che fai tu luna in ciel", Giannini si è preso l’onore di declamare "Il canto notturno di un pastore errante" (celebre qui perché Luigi Giussani ne ha fatto il centro culturale di tutta la visione umana di Cielle) e "L’infinito", "Il pensiero dominante" e "Alla sua donna", cioè le liriche che hanno fatto di Leopardi il più grande dei poeti italiani dai tempi di Dante. Simpatico oltre le attese, insolitamente coinvolto su tutto ciò che è la tecnologia e sviluppo elettronico delle cose ("ma sai che la mia soddisfazione più grande in questi tempi è stata l’invenzione di una serie di interruttori elettrici dietro cui mi sono scervellato per oltre venti giorni?").
Giannini, la sua convivenza con Leopardi è di vecchia data?
"Molto più antica di quanto si immagini: la prima volta in cui mi sono confrontato con lui risale a quarant’anni fa, quando ho portato il "Canto notturno di un pastore errante" all’esame dell’Accademia d’arte drammatica. Le sue parole mi affascinavano ed ero solo un giovane di grandi speranze sul futuro. Da quei giorni sono convinto che Leopardi non è assolutamente un pessimista, bensì un realista con enormi punti di ottimismo: uno che scrive "m’è dolce naufragar in questo mare" non è un triste. Intenso sì, ma non depresso".
Il Meeting è un luogo di liberi e aperti confronti culturali. Qui sono venuti dei monumenti come Ionesco, Tarkovsky, Testori e Morricone. Che ne sapeva di questo ambiente?
"Arrivare in un luogo dove sono venuti autentici maestri come quelli citati, non può che far piacere, vuol dire che è il posto giusto per gente che ama l’arte, la cultura, l’uomo, il dialogo senza preconcetti. Mi piace essere al Meeting proprio con Leopardi, perché trovo l’abbinamento felice e senza controindicazioni. Non ci sarei mai venuto, tanto per fare un esempio, con Shakespeare, perché in questo specifico momento la poesia mi esprimee attira più del teatro".
Leopardi, la luna, il Meeting: perché definisce questo abbinamento così felice?
"La cosa che mi interessa di più come uomo e come artista è l’apertura al Mistero, la fede in Dio, qualcosa che ritrovo alla perfezione nel "L’Infinito" di Leopardi. Spero che le sue parole arrivino a tutti i giovani del Meeting come alimento, perché è la fame quella che Dio ci ha dato: fame, appetito, perché continuiamo a cercarlo. Di solito quando parlo di fede vedo gente che sgrana gli occhi e mi guarda di traverso: qui mi attendo di poterne parlare con una certa libertà".
Giannini, ma di che fede parla?
"Quando parlo di fede mi riferisco alla fede cattolica, ci sono nato dentro ed è quella che un certo giorno mi si è riaccesa dentro".
Perché dice un certo giorno? C’è stato un fatto particolare che l’ha risvegliata?
"Si, in un periodo particolarmente complicato della mia vita personale, mi ero fatto un piatto di spaghetti e lo mangiavo da solo in cucina, davanti alla tv. In quel momento hanno passato quel famoso e tristissimo video di un esecuzione di un ufficiale cambiogiano. Ho avuto un attimo di paura viscerale, che mescolava i miei guai, la violenza che vedevo in tv, il senso del futuro. In quel momento ho capito che ero davanti alla scelta: farmi prendere completamente dal terrore o affidarmi e ricominciare".
E quindi
"Ho deciso di affidarmi. Non si può continuare a credere che le cose accadano a caso, senza che ci sia un mistero che ci si presenta ogni giorno, nelle mille piccole occasioni e opportunità di ogni giorno. Io sono appassionato di elettronica e sono convinto che tutti coloro che hanno a che fare con la matematica, con la fisica, hanno ben presente ciò di cui parliamo. Questa è la fame: desiderio di guardare il mistero, di accettarlo, di conviverci. Non importa che riusciamo ad afferrarlo o capirlo. Ne ho parlato tante volte con Vittorio Gassman: lui, che era un uomo che cercava veramente il fondo delle cose, un po’ mi invidiava per questo mia posizione religiosa e mi diceva che la fede era un dono che a lui non era arrivato".
Ma in giro per il mondo del cinema e del teatro, c’è gente che condivide questa suo confronto con il mistero quotidiano?
"Pochi, pochissimi. Ma direi poca gente in genere è aperta a questi temi, come se non capisse che sono queste le cose che li riguarda più da vicino. Ma ho la sensazione che oggi siano tutti troppo impegnati a farsi fagocitare da quel demonio domestico che è la tv".
Lei la tv la evita?
"Ogni tanto guardo il telegiornale, ma anche li c’è poco da stare allegri. E quindi preferisco dedicarmi ad altre belle cose. Tra cui il mio nuovo film, una cosa a cui sono molto affezionato e che sto terminando ora di montare. L'ho girato tra Italia, Canada e Arizona e sarà un viaggio spericolato e bizzarro, con una conclusione in paradiso".
Un film che ha già un titolo?
"Solo un titolo provvisorio: Ti ho cercata in tutti i necrologi. Ma non sono certo che questo sarà anche il titolo finale: quando lo dico in giro vedo troppa gente che fa gli scongiuri".