«Così ho raddrizzato la torre di Pisa»

Stefania Antonetti

La torre di Pisa è forse «ringiovanita» anche grazie a un genovese che nel lontano 1974 «inventò» un sistema per «salvare» l'inclinazione del celebre duomo della città toscana. Lo schema utilizzato oggi della perforazione per togliere terreno sotto un lato della torre, sembra proprio «ricavato» dal progetto di Bruno Caldi, classe 1914 e una memoria di ferro.
È quanto emerge dalle dichiarazioni dello stesso progettista e da un'ampia documentazione gelosamente custodita.
Il signor Caldi nel suo lucido racconto, sottolinea infatti come la sua «storica» e semplice idea di consolidamento ai fini della stabilità della torre di Pisa, sia stata «sfruttata» dai tecnici durante i lavori intorno agli anni 2000-01. Orgoglioso del suo lavoro, oggi sottolinea però, il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni e degli esperti del settore che hanno lavorato, e lavorano ancora, per la sorte della torre pendente.
Così con nostalgia e una sottile punta di ironia, dopo anni di assoluto riserbo, ha deciso di raccontare la sua storia, scegliendo proprio le pagine de «il Giornale».
E il racconto man mano si arricchisce di nozioni che a suo dire, hanno contribuito in modo determinante, a diminuire la tendenza dell'inclinazione della celebre costruzione. Alto, asciutto, volto scavato, occhiali spessi , atteggiamento severo e riservato, Bruno Caldi ha ancora una mente «inventiva» e tanto da raccontare, così come i diversi brevetti «dichiarati» nel suo lungo «curriculum». Un paio di utilità domestica: ha inventato un simpatico «frullino» a mano per addensare la maionese, provvisto di un recipiente regolabile dal quale scende l'olio; un mini-mulino elettrico per macinare la farina e un particolare dispositivo per sostenere la tavolozza dei pittori.
«Non ho mai voluto sfruttare commercialmente i miei brevetti - spiega candidamente -. In verità ciò che mi ha sempre interessato era e resta il progetto per salvare la torre di Pisa».
Non ha particolari titoli di studio (un diploma in perito tecnico) né riconoscimenti accademici, ma una discreta cultura tecnica grazie agli studi del disegno, il resto l'ha appreso come autodidatta.
«Ero il primo di tanti figli - dice - e mi sono dovuto tirare su le maniche sin da ragazzo. Ho lavorato la bellezza di 37 anni al Consorzio del porto, ma a un certo punto ho dato le dimissioni per potermi dedicare al mio progetto».
Erano gli anni settanta, e insieme all'ingegnere Croce - capo dell'impresa edile che doveva costruire il teatro «Carlo Felice» -, decise di partecipare al concorso internazionale promosso in quegli anni, per il consolidamento della torre di Pisa. La prematura scomparsa dell'ingegnere lasciarono però, il signor Caldi da solo, che presentò comunque il suo progetto alla commissione come persona fisica. L'analisi e la visione degli esperti di allora, lo premiano classificando il «progetto Caldi» tra i primi dieci pervenuti.
«Ricordo ancora la telefonata in piena notte di Giorgio Berardi, professore della facoltà di ingegneria di Genova - aggiunge -. Era emozionato e si complimentava con me dell'ottimo risultato ottenuto».
Infatti tra i lavori presentati nel 1974, trovò un'interessante collocazione la soluzione proposta da Caldi, il progetto stesso era caratterizzato da una spiccata impronta di reale semplicità e praticità. Lineare e pratica era infatti l'idea così come abbastanza contenuti erano i costi - in rapporto naturalmente all'importanza artistica dell'opera in questione -: quattro, cinque, forse sei miliardi delle vecchie lire.
«Il mio primo progetto consisteva in questo: si trattava di costruire intorno alla base della torre una piattaforma ampia e stabilizzatrice, formata di travi di cemento armato. Bisognava in sintesi praticare intorno alla base, trenta fori larghi quanto la testata dei travi e mettere poi le travi una per volta dalle parti opposte tali da consentire l'assestamento sino a che la reggenza non era completata».
Il progetto subì poi ulteriori modifiche; venne infatti introdotta una corona circolare, sempre di cemento armato, a chiusura della reggenza dei travi, e anche un cilindro di acciaio nel centro della torre al quale dovevano essere agganciate le travi: questo consentiva una certa elasticità al terreno cedevole.
«L'ostacolo del terreno - racconta - non mi parve insormontabile: così mi misi a studiare una ennesima modifica: e la modifica puntuale “arrivò”. Il che evitava pericolosi crolli nel momento in cui il terreno veniva rimosso».
Il racconto di Caldi si arricchisce inoltre delle testimonianze dei viaggi a Pisa per parlare con il sovrintendente alle belle arti, ma anche della fatica nel cercare qualcuno «titolato» disposto a firmare il progetto (per potergli consentire di partecipare alla gara), poiché l' «intrepido» genovese non era né un ingegnere e né un architetto. E anche la firma arrivò.
Il progetto venne brevettato, poichè lo stesso ideatore temeva che la sua idea potesse essere rubata. Ma di sicuro non in quegli anni, perchè la tecnica nei lavori - a quanto raccontato -, è stata «rubata» (forse) proprio in questo inizio di secolo. Ma se il «furto» è servito a salvaguardare la sopravvivenza di uno dei monumenti più importanti nel mondo, forse oggi si potrebbe parlare di attenuanti.
Forse!