"Così ho rianimato un feto che la madre non voleva"

Un professore di neonatologia dell’Università di Pisa racconta la sua esperienza: "È un dovere intervenire quando batte il cuore. Se un genitore insistesse per lasciarlo morire rifiuterei"

Milano - Ha salvato diversi bimbi, nonostante le scelte dei genitori andassero in direzione opposta. L’ultimo caso qualche mese fa, quando a seguito di un’interruzione volontaria di gravidanza tra la 22sima e la 23sima settimana, il bimbo è venuto alla luce dando segni di vitalità. «Siamo intervenuti, come sempre, l’abbiamo portato in terapia intensiva - spiega Antonio Boldrini, professore di neonatologia all'università di Pisa - e l'abbiamo salvato».

I genitori sono stati informati?
«Certo, prima ancora che fosse deciso l'intervento. Entrambi sono stati messi al corrente che, qualora il feto avesse dato segni di vita, noi per legge saremmo intervenuti. La Costituzione garantisce assistenza a tutti e, se un genitore dovesse chiedermi di lasciar perdere, non potrei certo acconsentire. Spesso si tratta di interruzioni di gravidanza legate a presunte malformazioni del nascituro perché è dilagante la smania del figlio perfetto. C’è una fobia dell’handicap che porta a rinunciare al figlio anche se la malformazione fetale non comporta reali rischi per la madre, o non è nemmeno troppo disabilitante».

Si rammenta qualche caso emblematico?
«Dalla amniocentesi emerge che il nascituro ha una genesia del corpo calloso, cioè una malformazione del cervello, che in alcuni casi può non avere conseguenze, in altri anche gravi. Da qui la decisione dei genitori di ricorrere all’interruzione di gravidanza, decisione che non è stata messa in dubbio neppure davanti all’evidenza che, essendo il feto tra la 23sima e 24sima settimana, avrebbe avuto il 60 per cento di possibilità di sopravvivere e che un parto prematuro avrebbe potuto arrecare ulteriori danni. Morale: il bimbo è sopravissuto senza grossi problemi all'aborto e la malformazione era innocua».

Prospettive inimmaginabili fino a qualche anno fa.
«Negli anni Settanta era considerato un miracolo se il feto riusciva a vivere se veniva alla luce alla 28sima settimana. Negli anni Ottanta i testi sacri di medicina consideravano un'eccezione la sopravvivenza del neonato se alla nascita era sotto il chilo di peso. Mi ricordo che proprio allora portavo a lezione le foto di una bimba nata nel 1978, alla 26sima settimana e con un peso di appena 750 grammi. Le ho fatto da testimone di nozze quest'autunno. E se avessimo seguito le indicazioni di allora, non ci sarebbe neppure Giorgia, una bimba rianimata dopo un aborto, e che oggi ha sette anni e sta benissimo».

Lei, dunque, condivide il documento messo a punto dai suoi colleghi romani?
«Certo, hanno fatto un ottimo lavoro mettendo nero su bianco quello che già si fa nella pratica clinica e cioè di assistere sempre questi bambini, indipendentemente dall’età gestazionale e dal peso. Non lo si può fare in sala parto, dove non ci sono le condizioni per decidere se il neonato ce la farà o meno. Non è il luogo adatto. Ma da noi basta fare trenta metri per portarlo in terapia intensiva dove si può vedere se il neonato dà delle risposte, in caso contrario l’accettazione dell’ineluttabilità della morte è un nostro dovere».

I neonati «scampati» a un’interruzione di gravidanza sono stati poi accolti in famiglia?
«In alcuni casi sì, in altri no. Spesso lo stress dei quattro-cinque mesi di terapia intensiva a cui viene sottoposto il bimbo, tutti trascorsi in condizioni di prognosi riservata, e gli inevitabili sensi di colpa fanno scoppiare la coppia».