Così i Paesi europei affrontano la questione rom

In Italia lo spettacolo degradante delle baraccopoli abitate in buona parte da rom alla periferia delle grandi città è diventato purtroppo comune. Si tratta, chiaramente, dell’effetto di leggi che di fatto non lo impediscono. Ma non in tutta Europa è così. Bisogna premettere che sotto questo profilo esistono due Europe: in diversi Paesi dell’Europa orientale (Romania in primo luogo, ma anche Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) gli zingari sono di casa, anche se spesso sopportati anche peggio che da noi e oggetto di trattamento poco amichevole: quando questi Paesi erano ancora sotto regimi comunisti la politica in voga era quella della sedentarizzazione forzata dei rom, che finivano col trovarsi obbligati a risiedere in ghetti miserabili, tuttora esistenti; nei Paesi occidentali, invece, ci sono diverse tradizioni e situazioni. Quella della Spagna, ad esempio, è del tutto sui generis: qui i «gitani» sono arrivati nel XV secolo e sono diventati parte della cultura locale, specialmente in Andalusia: il che non impedisce che permangano problemi legati alla loro carente integrazione; la Francia del Sud è storicamente terra di insediamento per i rom, ma la nuova presidenza Sarkozy lascia assai poco spazio alla diffusa tendenza all’infrazione delle regole del vivere civile come lo si intende in Occidente; l’Inghilterra pure convive con i «gypsies» da secoli, ma li obbliga al rispetto di norme severe; la Germania, infine è ancora un caso a parte: al momento dell’allargamento dell’Unione Europea a Est ha ottenuto deroghe all’immigrazione da parte di quei Paesi e ha fissato norme precise che prevedono il rimpatrio in tempi rapidi e certi per quanti non hanno un lavoro chiaramente certificato. Da noi si è invece preferito un irresponsabile buonismo, ma i nodi sono arrivati al pettine.