Così gli investigatori cercano la pista giusta

Da timer ed esplosivo fino al controllo delle comunicazioni. Ma la mole di lavoro è tale da creare inevitabili ingorghi informativi

Andrea Nativi

Le indagini per cercare di identificare i componenti del gruppo terroristico che ha compiuto la strage della metropolitana di Londra stanno coinvolgendo migliaia di analisti, poliziotti, agenti segreti, tecnici, che lavorano freneticamente su una massa di dati, frammenti di informazioni, elementi che apparentemente possono non essere rilevanti. Si opera in parallelo, su più fronti, poi i risultati di base vengono combinati ed esaminati da esperti della materia, che sfruttano moltissimo l’aiuto fornito da potentissimi elaboratori.
Un primo delicato lavoro riguarda i luoghi della tragedia: occorre trovare e identificare i frammenti dell’ordigno, del timer, dell’innesco, del contenitore dove era nascosta la carica. I 4,5 kg di esplosivo erano tali da rendere agevole il trasporto e la dissimulazione delle bombe, anche se si è dovuto sacrificare il potenziale distruttivo. Ormai il tipo di esplosivo è stato identificato, si escludono ordigni artigianali a bassa potenza, fatti in casa. Ora si cerca di sapere dove è stato fabbricato l’esplosivo, da chi, quando, dove poteva essere reperito, come, da chi.
Il lavoro sul timer è probabilmente ancora più difficile. Ed è significativo che su bomba e timer ci si avvalga anche della consulenza degli esperti spagnoli che hanno svelato i segreti delle bombe di Madrid. Del resto le modalità degli attacchi di Londra sono già state confrontate con quelle di tutti i precedenti attentati, per trovare analogie: la prima “setacciata” la fanno i computer, poi entrano in campo gli analisti.
Contrariamente a quanto inizialmente affermato, la polizia ora dice che nessuna bomba inesplosa è stata rinvenuta, ma che sono state effettuati due brillamenti controllati. Se così è stato… è un vero peccato. Di particolare interesse è il bus dove è avvenuta quella che dovrebbe essere una deflagrazione prematura: in questo caso infatti c’è un elemento prezioso: il corpo o almeno parti del corpo di un terrorista, i suoi indumenti, forse qualche effetto personale. Il problema è trovare e identificare questi reperti.
Altri gruppi stanno passando al setaccio fotogramma dopo fotogramma delle registrazioni delle telecamere dei circuiti di sicurezza della metropolitana, delle stazioni ferroviarie, di quelle marittime, degli aeroporti e anche diverse telecamere private. E questo sia per i giorni antecedenti sia per quelli successivi all’attentato. Il tutto con l’ausilio di algoritmi e sistemi di riconoscimento biometrico, associati a banche dati/immagini. Il tutto potrebbe consentire di capire se il commando è venuto in Gran Bretagna per l’occasione, se era composto da elementi indigeni o se si tratta di una commistione di elementi interni ed esterni.
Una attività analoga riguarda le telecomunicazioni: telefoni mobili, telefoni fissi, e-mail, blog etc. Ci sono in particolare una serie di linee e canali che vengono monitorati anche in tempi tranquilli e ora potrebbero contenere riferimenti o accenni significativi a quanto è avvenuto. Chi li utilizza viene lasciato indisturbato, ancorché controllato, anche se è potenzialmente pericoloso, proprio perché può fornire informazioni. Di particolare importanza sono le comunicazioni scambiate subito dopo l’attentato.
Altri analisti poi vagliano l’enorme mole di informazioni e notizie che stanno arrivando dai servizi di sicurezza amici. Il flusso è talmente elevato da creare problemi di sovraccarico, ma tutti gli alleati stanno facendo il massimo per dare ai responsabili britannici le notizie che potrebbero risultare utili, che vengono incrociate e confrontate.
Un’altra attività riguarda informatori e infiltrati. La pressione esercitata è quasi brutale e riguarda anche la malavita tradizionale, che ha tutto l’interesse a collaborare per far sì che la frenesia investigativa non danneggi i suoi affari.