Così l’Italia respinse la Ford e pagò i conti dell’Alfa Romeo

Roma - Arrivano gli americani! Non è la prima volta che l’allarme risuona nel Belpaese: viene subito in mente l’avventura del presidente della Ford Motor Company, Donald Petersen, che si presentò a Roma per acquistare l’Alfa Romeo e se ne dovette rientrare a Detroit con le pive nel sacco, nonostante la sua offerta (in realtà mai resa pubblica nei particolari) fosse, secondo molti addetti ai lavori, più vantaggiosa di quella della Fiat.
Sono passati ventun anni da allora, era il 15 ottobre del 1986 quando Petersen, accompagnato dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma Maxwell Rabb, fece il suo ingresso a palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il presidente del colosso di Detroit illustrò al premier le opportunità e i vantaggi per l’economia italiana di un accordo tra Ford e Alfa Romeo, che perdeva centinaia di miliardi l’anno e rappresentava una vera e propria palla al piede di Finmeccanica. L’Iri guidato da Romano Prodi, almeno ufficialmente, appariva favorevole all’intesa con gli americani. Molti anni dopo il Professore disse: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford per avere in Italia due grandi case automobilistiche, ma fecero di tutto per impedirlo e ci riuscirono». Una ricostruzione che non ha mai convinto Fabiano Fabiani, l’ex amministratore delegato di Finmeccanica che conduceva le trattative per la cessione della casa di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Romano Prodi all’acquisizione dell’Alfa da parte della Fiat».
Petersen, un ex marine del Midwest, non era certamente abituato ai bizantinismi della politica italiana. Al termine del colloquio con Craxi, incontrò i giornalisti italiani nella sala stampa di palazzo Chigi per dire che l’acquisto dell’Alfa sarebbe stato «il più grosso investimento mai compiuto da una società americana in Italia» e avrebbe rappresentato «un vantaggio per l’intera economia italiana». Al suo fianco, l’ambasciatore Rabb annuiva, osservando che «questa offerta indica la stima da parte nostra delle possibilità di investire nel vostro Paese». Molti dei giornalisti presenti - fra cui alcuni corrispondenti dagli Stati Uniti di giornali italiani - commentarono fra di loro: Petersen crede di avere l’Alfa in tasca.
Le cose, come tutti sanno, sono andate diversamente. La reazione del nostro mondo politico non fu allora molto dissimile da quella che si sta verificando in questi giorni sul caso At&t-Telecom Italia. Nove giorni dopo la visita di Petersen a Palazzo Chigi, Cesare Romiti e Vittorio Ghidella consegnavano a Finmeccanica la proposta Fiat per l’acquisto della «casa del biscione». Per la soluzione casalinga spinsero quasi unanimemente i politici, con il sostegno dei sindacati che erano molto preoccupati di una «razionalizzazione all’americana» nel caso della vittoria della Ford. Luciano Lama, fino a poco prima segretario della Cgil, dichiarò: «Preferisco vendere alla Fiat, ma se fossi uno dell’Alfa preferirei la Ford». Questioni di opportunità politica e sindacale. La Fiat prevalse, accollandosi 700 miliardi di debiti dell’Alfa e impegnandosi a pagare altri mille miliardi in cinque rate a decorrere dal 1993 (con uno «sconto» calcolato in circa 400 miliardi). Alla fine hanno comunque prevalso le logiche di mercato. Nel solo stabilimento di Arese, i lavoratori ex Alfa, che erano 16mila, sono rimasti in settecento circa. Le uscite dal lavoro di quei dipendenti sono state pagate in gran parte dalla collettività.
Dopo quella strana gara, Petersen restò alla guida della Ford per tre anni ancora, fino al 1989. L’Alfa Romeo negli anni ha subíto forti ristrutturazioni, ora si trova in una sorta di «limbo» e rappresenta la vera, nuova sfida per Sergio Marchionne. Romano Prodi è passato dalla poltrona numero uno dell’Iri alla poltrona numero uno del governo. E si trova, ventun anni dopo, ancora una volta con gli yankees alle porte.