Così Marcel Proust scoprì il passato in pieno futurismo

La più bella opera che io abbia letto di recente non è un'opera e non è recente, anche se è uscita da poco. È un mosaico di frammenti staccati da un edificio vecchio di un secolo. Il palazzo in questione, di sette piani, è Alla ricerca del tempo perduto. La raccolta di schegge ha assunto invece il nome di Breviario proustiano, curato da Patrizia Valduga e ispirato da Giovanni Raboni (Einaudi, pagg. 238, euro 18,50). È sorprendente come un’antologia di passi estrapolati dalla Recherche - scritta tra il 1909 e il 1922, pubblicata in 7 volumi tra il 1913 e il 1927 - viva egregiamente di vita propria. Non lessi da ragazzo la Ricerca, ma alla stessa età in cui Proust l’aveva concepita. Si vede che c’è un giro di boa della vita in cui il bisogno di leggerla coincide col bisogno di scriverla.
Le riflessioni proustiane erano perdute negli scaffali della Recherche, e la Valduga le restituisce, lucide e perfette, viventi di vita autonoma, fuori dall’edificio paterno da cui provengono. Breviario prezioso soprattutto per chi predilige l’aforisma e il pensar breve, è d’indole e formazione più filosofica che letteraria, e lascia cadere lo stucco per puntare al succo; ossia nella prosa cerca il saggio, nello stile ricerca il pensiero, e dietro il ninnolo l’idea.
Marcel Proust ha percorso contromano il ’900, guardando nello specchietto retrovisore. È andato incontro all’800, lo ha rianimato nel pieno fervore modernista e futurista del suo tempo. Fuori infuriava il futuro, splendeva il Sol dell’Avvenire, si cantava la bellezza della macchina e della velocità. Ma dentro la sua stanza foderata di sughero non arrivavano gli spasmi della modernità, il viaggio si compiva nella mente innamorata, insieme a una straordinaria rivoluzione, in senso astronomico. La nostalgia era nata come sentimento doloroso di una lontananza da casa o dai luoghi cari, così era stata definita da medici e letterati; con Proust traslocava dallo spazio al tempo e si faceva nostalgia del tempo perduto. Non che prima di Proust non vi fossero rimembranze e ricordanze, per alludere a gran poeti; ma è con Proust che la nostalgia designa un rimpianto consapevole e il ripensamento minuzioso del tempo perduto. E questo mentre fuori pulsavano le officine industriali, ideologiche e letterarie del futuro. Ma Proust stesso avverte che l’euforia per i vagoni in corsa che infervora il primo ’900, è destinata a tramontare e si torna ad amare la bellezza di Venezia, quella Venezia passatista vituperata da Marinetti (che poi morì proprio lì). Accanto alla nostalgia del passato perché «i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti», Proust coltiva anche una nostalgia simultanea per gli eventi mentre accadono; è una specie di «nostalgia preventiva» che delle cose presenti preavverte la loro perdita, prefigura il loro svanire. Un meraviglioso espediente della natura, secondo Proust, che fa balenare il presente nell’orto prezioso dei ricordi.
Non manca in Proust una vena ironica che sembra avvicinarlo a Oscar Wilde; ma Wilde è un Proust estroverso, con la brillante superficialità di chi vuol stupire. Wilde ama il paradosso, che è una verità invertita e divertita, senza l’implacabile indagine introspettiva di Proust. Di lui condivide la voluttà della scrittura, non il tormento del pensiero.
È possibile tracciare una filosofia proustiana? Il florilegio ci permette di cogliere nitidamente tre versanti della Ricerca proustiana: la scoperta della curvatura del tempo, il passato che riaffiora nel presente e si congiunge al futuro; la scoperta di un ponte, di un cammino introverso che dalla luce della realtà conduce nell'antro recondito dell’anima, in quel luogo oscuro denominato psiche dove sorgono le idee e i sentimenti. E infine la scoperta che le cose sono animate; liberate dall’inerzia del loro esistere banale, vibrano di ricordi allusivi (effetto madeleine). Le cose parlano in Proust, sussurrano a chi sa ascoltare. Una rivoluzione straordinaria. Qui la solitudine di Proust si ritrova con Freud e con Bergson e anche con Nietzsche, con la fisica teorica e con l’inconscio jungiano.
Nella ricerca proustiana del tempo perduto, la morte di chi ti è caro o lo svanire del passato, tra i dolori che arreca, dona però un piacere: quel che resta nella memoria degli affetti è un ricordo selettivo, il meglio che merita di essere salvato, la sintesi gloriosa o squisita di quel che fu. Non il suo lato noioso, banale o negativo. La morte screma la vita, l’assenza depura la presenza dalla pesantezza del quotidiano. Resta il fior fiore delle persone, dei fatti e delle cose. Folgorante poi la sua intuizione sull’oblio, che preserva nelle sacche della memoria involontaria la realtà più autentica del passato. E ce la restituisce in uno di quegli agguati che il passato tende al presente appostandosi dietro l’angolo e riapparendo a sorpresa.
E poi s’intrecciano come in una trama di fili dorati, i suoi acuti pensieri sulla solitudine necessaria dell’artista e sul suo inevitabile vivere per sé, sulla considerazione del genio come specchio del mondo; la metafisica applicata alla vita quotidiana fin nei minimi risvolti, la penetrante analisi dell’amore («Non si ama che ciò che non si possiede»), della malattia e di «quella lunga disperata e quotidiana resistenza alla morte» che è la vita pensata. La spremuta di Proust non perde le sue vitamine ma le condensa. Poi verranno i proustiani di maniera, che sarebbe meglio chiamare proustatici; troppe rozze madeleine intinte nella tazza di Proust... «e un Marcel diventa ogni villan che pasteggiando viene».
Nell’ultimo libro della Recherche, Proust scrive: «Fra dieci anni noi, fra cento anni i nostri libri, non ci saremo più». Esatta fu la profezia sulla sua vita, non sulla sua opera. I cent’anni sono vicini ma sulla Recherche non è caduta la polvere dell’oblìo.