Così «parla con le mani» la pittura di Carracci

Proveniente da Bologna, è giunta a Roma al Chiostro del Bramante (via della Pace, fino al 6 maggio) l’attesa mostra monografica su Annibale Carracci, articolata in otto sezioni che scandiscono la breve esistenza dell’artista (1560-1609). Un pittore bolognese, ma che ha dato molto all’arte italiana, tanto da essere acclamato in vita come il «nuovo Raffaello», e proprio accanto a lui sepolto nel Pantheon. La scelta delle opere (120 tra quadri e disegni, provenienti da musei, chiese e collezioni private) fa emergere la personalità di Annibale, il più dotato dei tre Carracci, portatore di una ricerca mirata al vero.
Non è un caso che una delle opere più interessanti sia proprio un’allegoria della Verità che trionfa sulla Frode. Egli dipingeva signori, santi, madonne, scene mitologiche, ma anche scimmie, rane, gamberi, alberi. Per ritrarre un mondo così vario eseguiva molti disegni dal vero, carichi di potenza espressiva, resa con pochi segni chiari e precisi. La novità della mostra romana, rispetto a quella bolognese, è proprio la presenza di molti disegni. «Noi altri dipintori habbiamo da parlare con le mani», amava dire Annibale, e proprio seguendo questa sua affermazione, la mostra ha scelto di far parlare le sue opere. La prima sezione è quella degli autoritratti, tra cui quello con altre figure allo specchio (Milano, Brera), dove sembra di cogliere un riferimento alle tre età dell’uomo. Segue il laboratorio del «vivo», un termine usato da Annibale in quelle postille, da lui aggiunte alle Vite di Vasari, che costituiscono la sua poetica. In questo settore, particolarmente pittoresco per i soggetti «villani», si può ammirare il sorriso da guitto del Buffone (Roma-Galleria Borghese) e un quadro di Bartolomeo Passerotti, il suo primo maestro, raffigurante una Macelleria. Segue l’Accademia degli Incamminati, una difficile affermazione, con riferimento all’accademia, da lui fondata intorno al 1582 con altri componenti della famiglia che, rifacendosi alla tradizione naturalistica dell’Italia settentrionale, pose le basi della scuola bolognese di pittura del ’600. La mostra prosegue col «furioso amore per la vera grande pittura italiana»; quindi «l’illusione del successo, verso un nuovo linguaggio aulico»; «Roma, ovvero il sogno dell’antico»; «al servizio del cardinale Odoardo Farnese» e infine «il nuovo Raffaello e la supremazia dell’invenzione». Ricordiamo che Annibale fu chiamato a Roma nel 1594 dal cardinale Odoardo Farnese per decorare il suo studio privato e la Galleria in palazzo Farnese, ma nel 1605 cadde gravemente malato (per una nevrosi causata dal maltrattamento da parte del cardinale) e si ritiene comunemente che non abbia più dipinto dopo quella data.
Lo stile classico, elevato e idealizzante di Annibale, appare pienamente nella pala dell’Assunzione eseguita per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo (1600-1601) - dove contrasta con il naturalismo drammatico delle opere di Caravaggio poste ai lati - e in molte altre grandi tele, tra cui Santa Margherita (Roma, chiesa di santa Caterina dei Funari), l’Incoronazione della Vergine (New York, Metropolitan Museum), Cristo e la Samaritana (da Budapest), la bellissima Pietà (Napoli - Capodimonte).
Straordinari sono altri capolavori come il Paesaggio fluviale (da Washington), Il satiro legato a un albero (Napoli - Capodimonte) o il Cristo incoronato di spine (Bologna- Pinacoteca). Esauriente e curato è il catalogo Electa. Orario: tutti i giorni 10-20 (sabato fino alle 23 e domenica fino alle 21), chiuso il lunedì.