Così riviviamo il prodigio della lingua

Ogni volta che affondo la mano in tasca e sento la copertina molto lisa del mio inseparabile «dantino», l’edizione minuscola Hoepli della Commedia, con la guida essenziale dello Scartazzini, penso che ho tra le dita il miracolo. Anzi, un grappolo di miracoli. Non so se coincida con l’esperienza religiosa di cui parla Roberto Benigni quando si confessa sulla sua lectio portentosa, ma di certo è emozione, incredulità pura.
Il primo prodigio («quasi inconcepibile», lo definisce Erich Auerbach) è la lingua. Dialetto fiorentino, quel «parlare tosco» di cui Dante va fiero, ma dilatato a un’universalità che esprime ogni minimo, immaginabile dettaglio dell’uomo. Una tastiera smisurata per note e accordi vasti quanto il cosmo. Nell’Inferno Caronte è un «vecchio, bianco per antico pelo»; nel Purgatorio Catone è un «veglio, degno di tanta reverenza»; nel Paradiso San Bernardo è «un sene, vestito con le genti gloriose». Una parola ordinaria per descrivere l’umanità degradata di un demone; il gallicismo (antico francese vieil) per nobilitare il custode della sacra montagna; e infine il latinismo aulico per magnificare la creatura paradisiaca.
Il linguaggio è una scala che spiana l’ascesa all’indicibile. Il motore di questa enorme macchina d’arte è la libertà. Nessuna angustia di schemi. Il forziere di parole è la cultura del poeta, che ingloba i classici latini, i versi dei siciliani e dei bolognesi, dei francesi, la divina semplicità delle Scritture, nella controllata nervatura delle rime incatenate. E quando ci vuole, ecco lo scatto della creazione: insemprarsi, inluiarsi, indiarsi, trasumanare, più di cento parole nuove di zecca, che ci fanno sentire la passione del comunicare, la lezione somma di Dante, un ardore di scienza non fine a se stessa, ma pronta a regalarsi a chiunque sia disposto ad accoglierla. Anche ai più umili, se c’è qualche verità negli aneddoti narrati da Franco Sacchetti, in cui fabbri e asinai ritmavano il lavoro con le terzine (seppure strapazzate) del grande. Dal «non mi tange», al «fatale andare», dal «fiero pasto» al «perdere il ben dell’intelletto», il nostro dire comune paga ancora dazio al crogiolo possente del «ghibellin fuggiasco». Come nota il dantista Enrico Malato, nel lessico novecentesco di più alta frequenza il 15 per cento è di vocaboli immessi dall’Alighieri.
Quando poi si cortocircuita nella fiorentinità dei monologhi benigneschi, il miracolo si moltiplica. E si potenzia nell’immagine. Dante non si limita a farci ascoltare le sue avventure, ma ce le fa godere, scolpite, parola dopo parola, sullo schermo policromo dell’immaginazione. Recitarlo è squadernare uno schermo in technicolor. Non solo grazie alle similitudini («quali colombe dal disio chiamate», sono i miseri amanti, Francesca e Paolo, che planano verso il poeta), ma al vigore visuale della singola parola: quando il diavolo Graffiacane «arrunciglia», la nostra pelle avverte i ganci infernali; rabbrividiamo al morso, sentendo del cane che «acceffa» la lepre. Ma anche il simbolo è un miracolo. Lo ha ben mostrato Umberto Eco, accostando la semiotica di Dante alla dolce violenza delle parabole evangeliche, che schiariscono i misteri più abissali con la forma universa dell’esperienza quotidiana, globalizzazione allo stato puro.
Il più alto portento è quello dell’amore. Il più conforme alla natura, che è quello per Dio, che giustifica il viaggio e l’immane sforzo di raccontarlo. Il più umano, che è quello per la verità. Ecco perché un verso di Dante al giorno toglie ogni bassezza, ogni piccineria, ogni scoria di torno.