Così s’uccide il tessile

Egregio Presidente del Consiglio, Le scriviamo questa lettera aperta facendoci interpreti del forte disagio che aleggia tra gli imprenditori dell'industria Tessile e Abbigliamento italiana. Quanto va profilandosi in termini di novità normative, con la nuova finanziaria e non solo, rischia di ottenere un risultato controproducente, come già segnalato dal Presidente di Confindustria. Quello di disincentivare la crescita delle imprese, spingendo all'ulteriore delocalizzazione produttiva.
A fronte di cose date alle imprese, come nel caso del cuneo fiscale, ve ne sono molte altre tolte, o che determineranno nuovi costi. Ciò, in un clima di crescente incertezza del diritto, sia sul fronte fiscale, che civile e penale. Il bilanciamento degli effetti appare negativo, incupendo le aspettative degli imprenditori, con ovvi riflessi negativi sulle decisioni di investimento e sulla creazione di nuovi posti di lavoro.
Gli imprenditori, molto più dei lavoratori cui appartiene, sono preoccupati per la diversa destinazione del TFR. Nelle nostre imprese l'incremento periodico del relativo fondo, essendo un costo non monetario, costituisce una fonte di finanziamento della gestione corrente. Si tratta, per certi versi, di un'anomalia quasi solo italiana - come quella relativa all'IVA che si paga all'erario quando si emette la fattura e non, purtroppo, al momento dell'incasso, spesso lontano ed incerto nel suo effettivo ammontare.
L'aumento del fabbisogno finanziario che ciò determinerà, a fronte della viscosità verso l'alto degli affidamenti bancari, comporterà un automatico contenimento di tutti i tipi di investimento: dalle scorte ai campionari; dalla ricerca ai nuovi impianti. Non solo. Le tensioni finanziarie si scaricheranno all'indietro, sul credito di fornitura. Soprattutto le imprese operanti sul mercato industriale si troveranno impegnate a sostenere finanziariamente l'allungamento dei rispettivi incassi. È per questa via che la totalità del TFR sottratto alle imprese con più di 50 dipendenti si rifletterà negativamente anche sulle imprese più piccole.
Ci si è dimenticati che il primo obbiettivo che occorre porsi per sostenere il sistema della previdenza, indipendentemente se a ripartizione o a capitalizzazione, è la crescita dell'economia e dell'occupazione. La qual cosa si ottiene aumentando la competitività dell'industria, soprattutto di quella esposta ad una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, non addossandogli nuovi costi. Tanto meno dandogli con la destra ciò che gli si toglie con la sinistra, insieme agli interessi, per meri motivi di cassa.
Come quando si riduce la deducibilità delle spese per le auto aziendali e i fringe benefits, onde poter restituire l'IVA erroneamente pretesa sull'acquisto delle auto, in forza della sentenza della Corte Europea. C'è da chiedersi se l'Alta Corte avrebbe emesso il medesimo giudizio qualora avesse sospettato che quasi i medesimi soggetti beneficiati dal suo giudizio, sarebbero stati chiamati a pagarne il fio. Senza dimenticare l'effetto moltiplicatore a scapito delle imprese, quando si tassa, in un modo o nell'altro, il lavoro. Nel caso dei fringe benefits si colpiscono molti dei collaboratori che abbiamo cercato, per tal via, di fidelizzare. La conseguenza sarà che dovremo difendere il loro reddito netto aumentando in modo più che proporzionale il relativo costo aziendale e l'esborso monetario.
Restando sul fronte del mercato del lavoro, gli imprenditori del settore sono estremamente preoccupati per l'equazione «flessibilità uguale a precarietà» che sembra farsi largo tra i suoi Ministri. Tra l'altro, in un momento in cui, per competere, le nostre imprese sono chiamate, se possibile, ad essere ancor più flessibili e tempestive. Anche il rimettere mano al recente recepimento della Direttiva Europea sul Lavoro a termine non può che accrescere l'incertezza e il senso di accanimento nei confronti dell'industria. Ciò, quando le statistiche dimostrano che proprio nell'industria manifatturiera la stragrande maggioranza dei contratti a termine si trasforma a tempo indeterminato!
Desta inoltre sconcerto l'intervento di modifica alla normativa sull'apprendistato. Giova ricordare che nel rinnovo del CCNL del nostro settore, nel 2004, l'istituto dell'apprendistato (non a caso definito «professionalizzante») era parte determinante delle misure individuate per il rilancio della competitività. L'introduzione di contributi del 10% vanifica lo sforzo progettuale delle parti sociali.
Altrettanto dicasi per la proposta di modifica al Codice ambientale, che sembra voler trasformare le nostre imprese più in produttrici di rifiuti che di beni di consumo. Ciò rendendo ancor più alti i costi delle cose fatte qui, rispetto a quelle fatte altrove. Lasciando, cioè, sempre più spazio alle importazioni ed eliminando il presupposto di concorrenzialità per le nostre esportazioni.
Le nostre imprese hanno bisogno di stabilità e certezza di riferimenti normativi. Si assiste, invece, alla continua rimessa in discussione del diritto, passando dall'epoca dei condoni a quella dell'indulto, fino alla retroattività delle norme fiscali, come sembra profilarsi per il caso degli ammortamenti sugli immobili. Compresi quelli strumentali, che ci riguardano. Per colpire l'evasione fiscale si è semplicemente aumentato il prelievo su chi le imposte già le paga. Per questo, soprattutto al Nord, molti di questi provvedimenti appaiono ingiusti e, come detto all'inizio, controproducenti.
Signor Presidente,
come le avevamo riferito nell'incontro con Lei avuto, lo scorso mese di luglio, gli imprenditori del nostro settore, pur desiderosi di proseguire a fare il mestiere che sanno fare, erano già molto preoccupati a causa dell'aggressività dei concorrenti internazionali avvantaggiati dalla competitività dei rispettivi sistemi Paese. Ciò, mentre nel nostro, le imprese devono fare i conti con troppe zavorre: dall'alto costo dell'energia, a quello della burocrazia, alle infrastrutture mancanti; ma soprattutto, nel nostro settore, nessuno può competere nel mondo con una struttura del costo del lavoro che presenta contemporaneamente due distorsioni: il più alto costo lordo per l'impresa ed il più basso salario netto per il lavoratore
Se questo era lo scenario, molte delle nuove norme sopra richiamate danno, oggi, il senso di un ulteriore arretramento. E rendere più buie le aspettative degli imprenditori significa rinunciare allo sviluppo del Paese.
Non le scriveremmo, se non fossimo convinti che Lei possa fare qualcosa per correggere la rotta di un'imbarcazione che è di tutti. Dovendo rispondere, a nostra volta, al ruolo di rappresentanti di categoria abbiamo trasmesso la presente a tutti i nostri colleghi, onde rendere evidente il disagio, così come la fiducia per un suo intervento.
Cordiali saluti.
Michele Tronconi
*Presidente e Vicepresidente vicario di SMI-ATI Federazione

di Imprese Tessili e Moda Italiane