«Così salveremo il Santuario dei cetacei»

Maurizio Wurtz risponde al telefono con la calma e la gentilezza del vero scienziato. All'esibizionismo, antepone l'amore per le creature marine sulle quali tiene da anni un brillante corso presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Genova. In passato «anima» del Museo oceanografico di Monaco-Montecarlo, autore del bel libro «A caccia negli oceani» (Mondadori, 1997), è l'unico titolare di una cattedra di «cetologia» (lo studio delle balene e dei delfini) in Italia. Uno di quelli che fanno innamorare i propri allievi, un docente che esce in mare con i ricercatori per applicare gli studi alla salvaguardia concreta dell'ambiente marino. Tra non poche difficoltà. Attenzione dei media solo episodica, scarsa cultura al riguardo da parte delle Istituzioni, nemici di vario tipo e mancanza cronica di fondi. Wurtz sa farsi apprezzare e attrae contributi spontanei di vari «sponsor», ma ciò basta si e no a garantire il carburante per la «Menkab», l'imbarcazione da ricerca del Di.Bio, progettata dai cantieri Sacs e dalla società Cartello-Yanmar per permettere all'equipe universitaria di uscire in mare riducendo al minimo consumi e impatto ambientale. Una barca ormeggiata a Savona, alla cui pulizia e manutenzione si dedicano artigianalmente lo stesso Wurtz e i suoi ragazzi. Il professore declina in modo signorile ogni invito a discutere la sortita di Greenpeace. Non vuol riaccendere le polemiche. Sono trascorsi pochi giorni dalla diffusione dei dati della nota organizzazione sul cattivo stato in cui verserebbe il Santuario dei cetacei, «oasi» marina tra le più importanti in Italia e nel Mediterraneo. Dati che hanno destato scalpore e preoccupazione sulla stampa nazionale e internazionale, ma anche suscitato reazioni contrarie o prudenti da parte di quegli scienziati che contestano la propaganda allarmistica degli ecologisti radicali, spesso non suffragata da seri studi scientifici.
Due giorni fa la capogruppo dei Verdi in Consiglio Regionale, Cristina Morelli, ha presentato un'interrogazione sul monitoraggio dei cetacei all'interno del Santuario, e ha chiesto alla Regione di farsi promotrice verso il Ministero dell'Ambiente e gli altri enti competenti perché sia formulato un piano strategico operativo di controlli nell'area. A prescindere dall'attendibilità e dal clamore dell'iniziativa di Greenpeace, e senza delegare l'interesse per questi temi alle solite colorate minoranze ambientaliste, è di vitale importanza una ricognizione sul presente e sul futuro di quei delfini e di quelle balene che potrebbero rappresentare un'opportunità culturale, turistica ed economica per la Liguria, e invece rischiano di essere abbandonate al loro incerto destino. Finanziato, forse, con non meglio identificati fondi pubblici messi a disposizione dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, organo del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare (soldi spesso negati all'Università, e anche su questo sarebbe il caso che la Morelli presentasse un'interrogazione), lo studio di Greenpeace effettuato in mare aperto nell'agosto 2008, dimostrerebbe una notevole diminuzione degli avvistamenti, del 75% delle balenottere e del 50% delle stenelle, rispetto al monitoraggio effettuato dalla stessa associazione nel 1992. Secondo gli eco-no global, le cause sarebbero da imputare al traffico incontrollato e all'alta velocità di traghetti e imbarcazioni private di grandi dimensioni, all'inquinamento da batteri fecali, e alle pratiche di «whale watching» (le attività di avvistamento dei cetacei in mare) svolte in modo improvvisato, pericoloso, anche con aerei e motoscafi. Ora, premesso che, dato in più dato in meno, tutte queste possibili realtà nemiche dei cetacei vanno senza dubbio contrastate, il problema è rilanciare e promuovere, con una visione d'insieme anzitutto sul piano dell'informazione, quello che è un patrimonio unico per la Liguria, l'Italia e il mondo intero.
«Il Mediterraneo risente degli effetti del cambiamento climatico, forse in modo più evidente di altri mari del globo - spiega Wurtz -. Monitorare la dinamica delle popolazioni di cetacei significa, in primo luogo, avere la possibilità di effettuare un continuo controllo in mare, disporre di competenze adeguate e interdisciplinari, mettere a punto e utilizzare tecnologie innovative, attivare collaborazioni tra enti (istituzionali e non) a livello nazionale e internazionale, disporre di un piano che definisca le priorità utili alla salvaguardia, ma anche alla gestione delle problematiche, formare nuove professionalità». Aspettative utopiche? «Tra le regioni che si affacciano sul Santuario Pelagos, la Liguria dispone di molti punti di forza per affrontare l'impegnativa sfida di conciliare la protezione dei cetacei e del loro ambiente con lo sviluppo delle attività economiche lungo la costa e in mare aperto». «In collaborazione con la Fondazione di Ricerca Cima, il Campus di Savona, l'Autorità Portuale di Savona-Vado, l'Amministrazione Provinciale e la Capitaneria di Porto e la Guardia Costiera di Savona - prosegue Wurtz - stiamo mettendo in campo un progetto sistematico di monitoraggio delle popolazioni di cetacei costieri e del largo, e già stiamo operando in questo senso in Alto Tirreno, in mar Ligure, al largo della Corsica e della Sardegna». «Stiamo inoltre lanciando una collaborazione con i ricercatori del Dipartimento di Matematica per il rilevamento di dati satellitari, interpretati in tempo reale da esperti della Fondazione Cima, che rendono possibile l'elaborazione di modelli di previsione della distribuzione delle specie più importanti». «Altro progetto fondamentale e innovativo - aggiunge Wurtz - è quello degli interventi integrati in caso di spiaggiamento dei cetacei». «Lo spiaggiamento di un cetaceo, vivo o morto, è sempre un evento traumatico sia per quanto riguarda la sofferenza dell'animale, sia per la percezione che le persone hanno dell'evento. Si tratta comunque di una situazione che deve essere gestita con la massima professionalità non solo per le implicazioni sanitarie, se avviene in un luogo accessibile ai cittadini, ma anche per la quantità di informazione che si può ricavare dal corretto prelievo di campioni da questi esemplari». «In questo senso, il Di.Bio. e la Fondazione Cima, in collaborazione con ricercatori della Facoltà di Veterinaria dell'Università di Torino, di Padova e di Sassari, ma soprattutto con il supporto operativo della Capitaneria di Porto di Savona e della Guardia Forestale, hanno elaborato un programma di intervento, denominato Assice, che permette di coordinare l'azione nel caso di spiaggiamenti o di esemplari in difficoltà, sia in prossimità della costa che al largo. Tramite un protocollo già sperimentato su un numero elevato di casi, sarà così possibile intervenire efficacemente per determinare se l'animale è affetto da patologie derivate da stress ambientale o se il suo comportamento anomalo è originato da altre cause». «Infine, inizieremo una collaborazione con la Provincia di Livorno e con l'area marina protetta di Portofino su una tematica di particolare urgenza: il monitoraggio dei delfini costieri (tursiopi). Questa specie di delfino è inserita nell' “Allegato II della Direttiva Habitat” (direttiva comunitaria per la salvaguardia dell'ambiente e delle biodiversità, ndr), essendo la più interessata dalle interazioni con le attività umane. I nostri studi hanno dimostrato che le acque costiere del mar Ligure sono un importante corridoio di comunicazione tra la subpopolazione dell'Alto Tirreno e quella che vive in acque francesi. Partendo da questa base sarebbe urgente avviare un programma di monitoraggio. Sicuramente esistono tutte le condizioni perché la Regione Liguria possa pretendere un ruolo nella conservazione di questa specie». Ce lo auguriamo, prof. Wurtz.