Così si uccide nell’uomo il sogno di diventare padre

TRASFORMAZIONE Le donne hanno conquistato il pieno possesso dell’atto della generazione dei figli

Nell’antico diritto romano il pater aveva potestà di vita o di morte su tutti i membri della famiglia. L’atto della nascita, quella vera per il diritto così importante per i romani, non era neppure il parto. Bensì il momento in cui il pater sollevava il bambino o la bambina, che in quel momento acquisiva i diritti del libero cittadino. Quell’estremizzazione di un padre padrone di cui la cultura patriarcale e maschilista serba ricordi e detta civiltà, sembra essere transitata nell’eterno moto del pendolo nel suo estremo contrario. La storia del giovane padre che in verità non è né il primo né l’ultimo a non poter fare nulla per difendere il prodotto del proprio almeno per metà concepimento è emblematica.
Per un complesso di fattori storici e culturali, le donne hanno conquistato il pieno possesso dell’atto della generazione della vita. Vita che è diventata anziché un fatto giuridico e sociale riguardante la famiglia, un elemento prevalentemente somatico. Una sorta di propagazione ed estensione del corpo della donna che, e oggi ci pare ovvio, non può contenere neanche per un attimo ciò che non gradisce completamente. Questo razionale delle leggi sull’interruzione della gravidanza infatti affida entro il terzo mese e oltre il terzo mese con una dichiarazione di danno per la salute della donna, la piena sovranità a lei sull’interruzione della gravidanza.
Nulla può fare oggi un padre, perfino dentro un matrimonio legittimamente celebrato per difendere le ragioni della vita che già pulsa nel grembo della propria compagna. Credo che sarebbe ben triste però che una vicenda così drammatica, ma anche così tenera, si fermasse nella contemplazione di questa ingiusta e tragica asimmetria. La nascita in nessun modo può essere considerata il prodotto di una pianificazione o di una programmazione. Appartiene a quella famiglia di eventi che il grande poeta cattolico francese Charles Peguy chiamava i luoghi della prevalenza dell’evento. È proprio uno di quegli eventi che può sconvolgere tutte le nostre programmazioni, tutte le nostre pianificazioni e tutti i nostri calcoli, presunti e razionali, ideali, o miserabili. Può essere uno di questi eventi, per esempio la scoperta di essere portatore di una grave malattia, che trasformerà così ciò che noi pensavamo dovesse essere della nostra vita. Così come la scoperta che un nostro figlio soffre di un grave problema psichico. Ma anche una buona notizia come scoprire di essere innamorati. Eppure vorrei sostenere che la scoperta di attendere un figlio rappresenta il massimo del sorriso della vita e di Dio. Quando una vita irrompe nella vita di altre due vite, ma anzi in quelle di tutta l’umanità, non può che essere comunque una festa. È il segno di quella continuità e di quella dimensione che soltanto un’accoglienza, che il cuore delle donne peraltro ben conosce, può completamente vivere e comprendere. L’interruzione di gravidanza è tragicamente in sé una piaga. E lo è soprattutto per la sensibilità delle donne. Fin da giovane medico mi è capitato di raccogliere in ospedale racconti dolorosi di donne magari ottantenni che ricordavano piangendo di aborti di 50 o 60 anni prima. Quando una donna sceglie nella prospettiva di una valutazione razionale o di utilità su di sé o sul tipo di rapporto di coppia di stroncare la vita che porta in grembo le conseguenze sono sempre drammatiche. Sono le donne a saperlo per prime. Allora in questa piccola terribile storia io credo che ci sia una morale. Quella vita in arrivo è più forte di qualsiasi dubbio, è più forte di qualsiasi incertezza, è più forte di qualsiasi presunta pianificazione. Non si tratta di adolescenti o di persone in totale indigenza. In un mondo in cui ormai soltanto i poveri sembrano accogliere la vita, per noi le case sono sempre troppo strette e i portafogli troppo sottili per potere accettare coloro che rappresentano il futuro. Ma se noi perdiamo questa dimensione amorevole e divina dell’accoglienza della vita, per l’umanità non c’è futuro. Tutto diventa il risultato di un calcolo sterile ed inevitabilmente assassino. Proprio perché interrompere migliaia di vite, cosa che accade ogni giorno nei tritarifiuti degli ospedali è davvero il tragico olocausto del nostro tempo. Un olocausto silenzioso ma non per questo meno inquietante. E l’amore è l’unica medicina che può sanare questa piaga. L’amore che auguriamo a questa coppia neppur giovanissima.