Così Siri batte Lercaro a Quinto

Le vecchie foto di Quinto, quelle foto color ocra, semisbiadite, i cui contorni somigliano alle coste frastagliate di questa nostra Liguria, avrebbero tante cose da raccontarci. Sono salito in una delle case che corrono lungo via Gianelli, facendomi tirare su, sino al terzo piano da un ascensore ricavato a fatica in una tromba di scale angusta e tortuosa. Che concede all'incauto visitatore appena lo spazio per tirare qualche stentato sospiro. Una volta arrivato lassù, però, tutto è cambiato. Davanti a me c'era il mare, ma non quel ritaglio di mare che siamo abituati a contemplare dai balconi delle nostre case. C'era tutto il mare che il vecchio Omero diceva essere del colore del vino, forse perché per gli eroi dell'Iliade non c'era colore più bello del rosso dei vigneti. Il mare che tanto ha dato ad un altro illustre figlio di Quinto: quel Cristoforo Colombo di cui il borgo marinaro rivendica in maniera documentata i natali. Il mare, e laggiù, sulla destra, il braccio gigantesco della costa. Che svetta con il Mongioia, a più di tremila metri, quasi a perpendicolo sulle onde. Qui sotto, mi raccontava il mio ospite, soltanto settant'anni or sono, approdava periodicamente un vapore, che si chiamava «Pace». Millecento tonnellate piene di buon grano italiano. Attraccava al pontile, scaricava nel mulino la sua merce e ripartiva, disegnando nel cielo turchino - tenebroso del tramonto il suo filo di fumo. Nel mulino, che apparteneva alla famiglia piemontese dei Vottero, si iniziava la lavorazione, che aveva termine soltanto quando la farina gonfiava decine e decine di sacchi, che ben trenta operai si incaricavano di caricare sui vagoni merci della ferrovia, a binario unico, che passava a pochi metri da qui. E già, perché l'attuale ferrovia di Quinto è stata costruita molto più tardi, molto più all'interno, quasi sotto le falde di Monte Moro. Monte Moro incombe dalla parte nord, così come il mare da quella sud. Da dove mi trovo ho tutto agio di seguire con un buon binocolo l'andamento del crinale, interrotto qua e là dalle feritoie delle casematte. Lassù - mi raccontano - furono trainati i grandi pezzi di artiglieria tedeschi intorno ai primi anni Quaranta. Furono sistemati i calibri da 152 e 381, nonché quelli della batteria antiaerea. Di aerei poi ne fu abbattuto uno solo, un piccolo velivolo che si era arrischiato a sorvolare a bassa quota il cielo tra Pieve e Bogliasco. Ma i grandi pezzi lassù, sulla cima del monte, avevano ben altro di cui occuparsi. Sparavano contro i convogli inglesi che attraversavano il mare diretti verso la Corsica e nel buio della notte la cima della montagna s'incendiava e i proiettili solcavano il cielo rombando. Tanto che la casa tremava come se l'avesse scossa il terremoto. Dalla cima di Monte Moro, nel 1945, scesero poi a valle i tedeschi sconfitti. Si arresero di fronte ai cannoni delle navi da guerra americane schierate in porto ed alle ripetute visite dell'Abate Righetti e di Monsignor Siri. Di quella resa i partigiani rivendicarono, in seguito, il merito senza aver fatto nulla, ma proprio nulla per ottenerla. Ho parlato con chi, dalla piazzetta della chiesa di S. Pietro, li vide marciare in file compatte verso la chiesa di Quinto e lì fermarsi, sugli attenti, prima di essere disarmati dai nemici vittoriosi. Ecco, la chiesa di Quinto. In tutti questi racconti, in tutte queste rievocazioni del passato, San Pietro costituisce un po' la fine e l'inizio di ogni storia. San Pietro con di fronte il municipio e, dentro il municipio, la scuola elementare, dove il maestro Pizzorno, una figura indimenticabile per tanti quintesi con i capelli grigi - come mi ha raccontato Gianfranco Rovani - allevava generazioni di ragazzini nel culto della patria e del campanile. Che sono poi spesso la medesima cosa. Ma è soprattutto dei suoi preti che questa gente di mare, spesso assai poco clericale, ama parlare e parlare. Sino alla chiacchiera, al ricordo nostalgico, all'indiscrezione mormorata a registratore spento. Il parroco diventa così il faro di una comunità che giudica l'uomo di chiesa più dalle opere che dalle parole. Dell'Abate Righetti, ad esempio, ho spesso sentito dire che «levava i soldi di tasca alla gente e quella gli diceva ancora grazie». Un prete, insomma, garbato ma che mirava al sodo. Voleva far grande la sua parrocchia, voleva costruire un cinema ed un oratorio, che ospitasse tanti giovani, che togliesse dalla strada tanti futuri padri di famiglia. E lo ha fatto, alleggerendo di non pochi denari questi impresari di cordami, questi commercianti di attrezzature da nautica (come la famiglia Cressi, che, partendo proprio da Quinto, oggi nel settore, è tra le prime ditte del mondo). Gente che, la domenica, dopo messa, nella piazza traversata dai voli radenti di rondini, non sapeva rifiutargli niente e finiva per mettere mano al portafoglio. Di un figlio illustre della Chiesa di Quinto non ho sentito, invece, tutto il bene che mi sarei aspettato. Parlo del Cardinale Giacomo Lercaro, il figlio del nostromo, il parroco dell'Immacolata di Via Assarotti, l'arcivescovo di Bologna, il presidente di tante commissioni al tempo del Concilio Vaticano II. Me lo avevano descritto come una sorta di padre della primitiva comunità cristiana, promotore di una nuova liturgia, fatta apposta per galoppare verso il popolo. Alla faccia del latinorum dei messali, come lo chiamava Renzo Tramaglino, quando, curvo come un cavadenti su Don Abbondio, pretendeva di strappare al povero curato la verità sul suo matrimonio andato a monte. Me lo avevano descritto così e mi sono perciò alquanto stupito quando qualcuno mi ha raccontato che, una volta divenuto arcivescovo di Bologna, Monsignor Lercaro ricevette la visita dei suoi compaesani. Aspettava la povera gente che il presule si degnasse discendere dall'alto della sua dignità e venisse giù, all'ombra di San Petronio, a stringere qualche mano e a mollare qualche pacca sulle spalle. E invece, no. L'arcivescovo rimase lassù e dall'alto del suo balcone lasciò cadere una pudibonda benedizione su quei quintesi, un po' ingombranti, che erano venuti a far tanto chiasso nel cuore della città del Dottor Ballanzone: la dotta e già molto prodiana Bologna. Ma mi ha stupito ancora di più il fatto che nel cuore di molti sia rimasto, invece, vivo e palpitante il ricordo di un altro prete, comunemente ritenuto «antipatico e scostante», ma che qui, a Quinto, ha invece ancora gran seguito e seguaci. Parlo del Cardinale Giuseppe Siri, che fu - diciamocelo senza peli sulla lingua - gran avversario di Lercaro e dai giornali progressisti ed «impegnati» si prese, come usava far lui, senza neppure un battito di ciglia, intere secchiate di ingiurie e definizioni spezzanti. Come quella del più reazionario dei reazionari e del più anticonciliare dei padri conciliari. Ebbene, non manca chi lo ricorda, invece, nella canonica di qualche paesino nei dintorni di Uscio (dove c'era un parroco che faceva una grappa proprio speciale) mentre, tra una portata di fave e l'altra di affettato di Sant'Olcese, chiacchiera ed ascolta. Soprattutto ascolta i suoi preti che avevano sempre tante cose da raccontargli e che sapevano che a lui le potevano sempre e comunque raccontare. E non dimentichiamoci il cimitero. Il cimitero di Quinto, che sta dietro alla chiesa di San Pietro, possiede una rarità, che il mio informatore mi ha caldamente raccomandato di constatare de visu e che de visu senza dubbio andrò a constatare. Si tratta di due vecchie tombe un po' lambiccate, con qualche tono liberty come se ne facevano all'inizio del secolo scorso. In quelle tombe riposano, uno accanto all'altra, due personaggi - marito e moglie - di alto lignaggio, forse russi, forse sfuggiti alla Rivoluzione d'Ottobre. Chi mi ha dato l'informazione dice che, nonostante pioggia e tramontana, nonostante il tempo che, come diceva Orazio, è edax cioè divoratore di tutto e di tutti, qualcosa nella epigrafe sia ancora leggibile. E di questo, in un bell'articolo, pubblicato proprio su questo giornale, ne parlò il grande Edilio Pesce. Che aveva tuttavia anche lui un grosso difetto. Non era di Quinto. Abitava a Nervi.