Così la Thatcher cercò di fermare la Germania unita

La pubblicazione nel dicembre scorso della raccolta di documenti tratti dagli archivi del Foreign Office (P. Salmon, K. Hamilton, S. Twigge, Documents on British Policy Oversas: German Reunification, 1989-1990, Routledge) getta nuova luce su uno degli aspetti più controversi della politica estera di Margaret Thatcher. La stessa «Lady di ferro» ha confessato nelle sue memorie che la sua politica in materia di riunificazione tedesca era stata un «fallimento clamoroso»: anche se aveva accolto con favore la «rivoluzione democratica» dell’Est tedesco, era allarmata per la possibilità di veder ricostituita una Grande Germania. Possibilità diventata molto concreta nelle settimane che seguirono la caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989. La Thatcher era ossessionata dai rischi insiti nel «carattere nazionale» tedesco e dal fatto che le dimensioni e la posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto creare un «effetto destabilizzante, piuttosto che un elemento di stabilizzazione in Europa», contribuendo a indebolire la posizione di Gorbaciov in Unione Sovietica. Tuttavia, con il Presidente Bush schierato a favore della riunificazione tedesca e con il Cremlino non in grado di arrestare quel processo, la posizione della Thatcher divenne quasi isolata anche tra i suoi collaboratori.
Sebbene l’ambasciatore britannico a Bonn, Christopher Mallaby condividesse i timori del primo ministro, insistendo sul patologico revanscismo dei tedeschi che «hanno sempre nostalgia per qualcosa», il responsabile degli Esteri Douglas Hurd i vertici del Fco manifestavano opinioni opposte. Lo stato maggiore della diplomazia londinese insisteva sul fatto che l’Inghilterra non poteva rinnegare il tradizionale impegno a favore dell’auto-determinazione del popolo tedesco che la stessa Thatcher aveva riaffermato nel 1985. In particolare, il Sottosegretario di Stato del Fco, Patrick Wright, affermò che le convinzioni del capo di gabinetto britannico avrebbero provocato «un forte malumore sia in Germania che negli Stati Uniti».
Il 27 novembre, Mallaby comunicava che il tema della riunificazione, era diventato sempre più urgente nel dibattito politico interno della Rft, anche «se la maggioranza dei cittadini dell’Ovest ritengono che il processo pantedesco potrà concludersi solo nell’arco di un decennio conformemente al progetto proposto dal gabinetto britannico». La mattina seguente, tuttavia, il suo omologo a Berlino Est, Nigel Broomfield, avvertiva Hurd che un numero crescente di abitanti della Ddr premevano per una riunificazione immediata. Il giorno dopo Kohl annunciava al Bundestag un progetto di ricongiungimento delle due Germanie di non breve durata, ma in serata Mallaby avvisava Londra che un colloquio riservato con il consigliere di Kohl, Horst Teltschik, lo aveva convinto che le cautele del governo di Bonn rischiavano di «essere superate dal prevalere di altri punti di vista». Proprio quello che avvenne. Il 18 marzo 1990, i negoziati tra le due Germanie e le quattro Potenze occupanti culminarono infatti nel cosiddetto «Trattato Two Plus Four» che garantiva la piena indipendenza al nuovo Stato tedesco riunificato.
Ancora alla vigilia di quell’accordo, la Thatcher, posta ormai under siege dalle «teste d’uovo» del Fco e dalle pressioni dell’opinione pubblica internazionale, aveva comunque ritenuto di poter trovare nel presidente francese Mitterrand un potenziale alleato in grado di aiutarla a fermare la riunificazione tedesca. Secondo il resoconto della riunione tra i due premier avvenuta nel gennaio 1990, fornito dal segretario privato della Thatcher, Charles Powell, Mitterrand avrebbe sostenuto di condividere le preoccupazioni della collega inglese e di ritenere che i tedeschi riuniti in una sola nazione avrebbero agito con la loro «tradizionale brutalità», nel tentativo di «riconquistare i territori perduti dopo il 1945 e forse di estendere le loro frontiere persino al di là dei confini tracciati dal Terzo Reich».
Non solo la Thatcher ma anche una parte della classe politica italiana rimase travolta dalla grande trasformazione provocata dalla caduta del muro di Berlino. Pietro Ingrao, ad esempio, anche dopo le prime libere elezioni tedesco-orientali, stravinte da Kohl, tuonava contro la «vendita alla Nato» di un pilastro del blocco sovietico come la Ddr e chiedeva che la Germania unita diventasse neutrale. Sotto questo malinconico auspicio, il Pci di Occhetto si avviava a trasformarsi in Pds, senza essere riuscito ad abbattere la muraglia cinese che lo separava da una politica estera, se non democratica, almeno realistica.
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