Da "Cosa" nasce "Cosa"... E la politica partorisce mostri

Roma - «Da cosa nasce cosa» d’accordo, così recita la saggezza popolare: ma ci dev’essere qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che la figura più ricorrente prodotta dalla politica italiana per raccontare le sue mutazioni tenda pericolosamente e fatalmente all’indeterminato, ci dev’essere un che di preoccupante nel fatto che quando i politici provano a fare qualcosa sia inevitabilmente una Cosa.

La Cosa, dunque, è l’autobiografia di una crisi che attraversa due repubbliche, il grado zero dell’elaborazione politica, un tentativo di sistematizzare la provvisorietà e la nebulosità delle nuove formazioni politiche senza sciogliere il dilemma della loro natura. Ma intanto la «Cosistica» ha già una sua aneddotica, una sua storiografia e persino una sua scienza: tutto iniziò nel 1989 alla Bolognina, quando un bel giorno di novembre Achille Occhetto annunciò ai partigiani che il Pci era «pronto a tutto» pur di cambiare, persino ad archiviare nome, simbolo, falce a martello. E quando gli si chiese se da questo maremoto sarebbe nato un nuovo partito rispose: «Non sarà un partito, ma una... Cosa». Voleva dire che si andava verso il futuro, al di là delle forme note, a realizzare un progetto tutto nuovo. La Cosa, fino a quel momento, per l’immaginario collettivo era solo il titolo di un film horror (peraltro bellissimo) del grande maestro John Carpenter. Il film raccontava la tragedia di una base artica in cui tutti i componenti vengono sterminati uno a uno da una creatura aliena che entra dentro i corpi, divora le carni, si sostituisce ai protagonisti sbranandoli e «clonandoli».

Nessuno avrebbe mai pensato che «le Cose» politiche avrebbero avuto destini tanto infelici quanto pericolosamente simili alla fiaba nera carpenteriana. La prima cosa - la Cosa di Occhetto - stabilì l’invidiabile record di raccogliere la metà dei voti del partito a cui si era sostituita, e a espellere dalle sue file il suo stesso fondatore (che adesso, peraltro, prova a fare un’altra cosa, insieme a quelli della Sinistra democratica). E fu così poco riuscita, quell’esperienza, che il nuovo segretario, Massimo D’Alema mise in cantiere una Nuova Cosa, l’ormai archeologica «Cosa 2» che doveva essere una cosa tutta diversa: meno sperimentale, più socialdemocratica, ma anche pluralista, multiculturale. La nuova formazione (anche questa, almeno sulla carta cambiava tutto, e trasformava il Pds in Ds, per espellere l’idea del partito persino dall’onomastica) nacque a Firenze nel 1997 ed è stata rottamata dalla Cosa Veltroniana, il Pd solo pochi mesi fa. E intanto anche la letteratura e il cinema si adeguavano, Paolo Franchi e Emanuele Macaluso scrissero un pamphlet per spiegare che la «Cosa 2» doveva essere ancora più riformista, e lo intitolarono - ovviamente - Da cosa (non) nasce cosa. E Nanni Moretti girò un lungo documentario sulla metamorfosi della Quercia, che si intitolava (per l’appunto) La Cosa, dimostrando che nello strazio di quel popolo, tra dibattiti e battaglie congressuali c’era già il seme del fallimento futuro.

Malgrado ciò, nei palazzi della politica, ogni progetto e ogni cantiere si declina «cosologicamente». E così sono nate anche una «Cosa liberaldemocratica» (quella che dovrebbe nascere nel centrodestra intorno a Daniele Capezzone), una «Cosa rossa» (quella che da mesi non riesce a quagliare intorno ai partiti della sinistra radicale) e poi una fantomatica «Cosa bianca» per risuscitare l’unità politica dei post-democristiani (che però, nel frattempo sono divisi in almeno sei partiti, dalla Dc di Pizza alla Democrazia cristiana di Rotondi, dall’Udeur di Mastella all’Udc di Casini, alla «Cosetta» democristiana di Scotti).

Continuando a destrutturarsi in cose diverse, in realtà, i partiti italiani non hanno acquistato materia, e sembrano piuttosto aver perso sostanza. Rifondazione, Pdci e Sinistra democratica, per dire, sono tutte schegge prodotte (attraverso ripetute serie di scissioni) dalla diaspora del Pci. Nel furibondo almanaccarsi di nomi e sigle nuove, si nascondono le transumanze degli stessi gruppi dirigenti. E lo stesso ragionamento si potrebbe ripetere allo stesso modo per la «Cosa Bianca», che se rappresentasse un grande successo, sarebbe solo una riunione di famiglie prodotte dallo stesso big bang, la fine della Dc. Occhetto, per convincere i suoi al grande balzo nel vuoto citò l’Ulisse romantico di Tennyson, e infiammò il 18º congresso del Pci scandendo i versi del coraggio odissiaco: «Venite amici/ che non è tardi/ per scoprire un nuovo mondo».

L’impressione di oggi, invece, è che ci sia ben poco da scoprire, solo tribù di nani che continuano a procedere sulle spalle dei giganti della Prima Repubblica. L’unica Cosa effetivamente varata, fino ad oggi - quella «nera» di Francesco Storace - è anch’essa figliata dalla storia della destra, una scissione di An che si ricompone con un partitino nato da una scissione del Msi, la Fiamma. Ma Storace non ha ancora superato la prova delle urne, e una precedente «Cosa nera», quella provata dalla Mussolini con Fiore e Tilgher, si è sfasciata subito dopo un successo elettorale. Sarebbe il caso di provare qualcosa di veramente nuovo, già. Ma cosa?
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