Costruttore del nulla

Preceduto da pagine d’incenso, Walter Veltroni oggi a Torino spiegherà qual è la sua «idea» di centrosinistra e rivelerà la sua «visione» dell’Italia.
Veltroni arriva a questo appuntamento davvero per caso, sballottato un po’ dal fato, molto dall’incapacità di Prodi e parecchio dalla crisi che ha investito il gruppo dirigente Ds che fino a ieri gli faceva le barricate contro e ora lo invoca come salvatore. Sta di fatto che oggi sarà lui a tracciare la rotta per il Partito Democratico. Lui e non Prodi, segno che il Professore ha già fatto il suo tempo e si avvia alla pensione. Niente di male, solo che a Londra Tony Blair dice «il mio ciclo è finito» e lascia il posto a Gordon Brown, qui Prodi ha finito la benzina, c’è già un nuovo candidato, ma pretende di continuare a correre. Assurdità italiane.
Si è detto che Veltroni è il candidato migliore possibile per guidare il Pd, l’opposizione ha parlato di «carta della disperazione», nei giornali si sono inventati addirittura una categoria economica che non esiste, la «Veltronomics». Non è ancora sceso in campo e qualcuno è arrivato a sostenere che il suo valore aggiunto è pari a dodici punti percentuali. Perbacco, ce l’avevano gli illuminati sondaggisti una calcolatrice sotto mano? Perché se fosse così, il solo Veltroni varrebbe più della metà del Partito democratico (al 22 per cento) e più della somma di Rifondazione, Pdci, Verdi e Italia dei Valori. Tutto questo senza ancora aver fatto un giorno da leader.
Siamo seri. Che cosa è stato fino ad oggi Veltroni? Sicuramente un pessimo amministratore della cosa pubblica (perfino i cantori della «Veltronomics» dicono che Roma delude su trasporti e sicurezza), ma di certo è anche un ottimo costruttore di visioni, suggestioni e grandi miti comunicativi.
La fenomenologia veltroniana è davvero intrigante, finora ha funzionato grazie alla «politica della sottrazione». Esempio di scuola, la prima Notte Bianca con il black out: la gente brancola nel buio, percorre chilometri a piedi, fa salti mortali per arrivare ad eventi che non si celebrano, resta intrappolata in metropolitana, ma quando all’alba si ritrova al Pincio insieme al sindaco, con il sole che sorge e l’orchestra che suona, si convince di aver partecipato a un sogno... «io c’ero». Veltroni è l’unico politico che è riuscito a farsi pagare (cinque euro) per un comizio infiocchettato dallo slogan pedagogico «che cos’è la politica?». Anche qui la gente si dimenticava di aver aperto il portafoglio e uscendo dall’Auditorium mormorava... «io c’ero».
Veltroni è ecumenico, omnicomprensivo, trasversale, intitola vie a vittime del terrorismo rosso e nero, scodella liste dei «moderati per Veltroni». Come ha detto Gianni Alemanno, «gli mancava soltanto una lista “fascisti per Veltroni” ed eravamo a posto!». Abile, furbo, ma anche friabilissimo. Popolare nell’Urbe, ma debole al Nord dove la politica del cineforum non funziona. Lui lo sa, tanto che per dare un segnale parte da Torino. E da segretario di partito non ha certo brillato, viste le tre sconfitte consecutive e il minimo storico nel 2001 per i Ds. Ora ci riprova con il Partito Democratico, dopo aver detto che era una fusione a freddo e aver dichiarato che dopo il suo secondo mandato da sindaco sarebbe andato in Africa. Non ci credete? Andatevi a rivedere su Youtube.com l’intervista a Fabio Fazio in cui annunciava l’addio alla politica. Veltroni chiosava con un sorriso e studiata malinconia: «Non ci credete? Ne riparleremo tra cinque anni». Ne riparleremo, solo che Veltroni intanto ha sbagliato nave, doveva andare in Africa, si è imbarcato nel Pd. Sempre di un’impresa disperata si tratta.