Il covo delle Br diventi un museo

L'appello di Sgarbi a non ristrutturare l'appartamento prigione di via Montalcini 8 a Roma: "E' un luogo della storia e della memoria che non si può riportare alla normalità"

Al presidente del Senato Schifani, al presidente della Camera Fini, al presidente emerito della Repubblica Cossiga, al ministro per i Beni culturali in arrivo (Bondi?), al ministro della Pubblica istruzione in arrivo (Gelmini?), al sindaco Alemanno, all’onorevole Casini vorrei dire: tra i simboli più alti della democrazia repubblicana, minacciata dalla violenza e dal terrorismo, fino al martirio, c’è Aldo Moro. Non credo che dopo le vittime dell’Olocausto, dopo quelle delle Fosse Ardeatine, ve ne sia una con più forza evocativa della resistenza contro l’azione cieca del male.

E c’è un luogo fisico, la stanza in cui fu prigioniero Moro, che rischia di essere cancellata da una ristrutturazione voluta da una persona che vuole restituire alla «normalità» un luogo della storia e della memoria. Quest’intervento di indifferenza e di oblio è compiuto alla luce di una sconvolgente considerazione: «La vita continua, restano le fotografie». Certo con questi argomenti, molti anni fa, a Bologna fu fatto scomparire un santuario dell’arte moderna, la casa di via Fondazza in cui per cinquant’anni aveva abitato e dipinto Giorgio Morandi. Oggi, ridente appartamento per studenti, imbiancato e disinfettato, ne restano le fotografie al museo Morandi.
Quest’indifferenza per i santuari della memoria appare tanto più sconvolgente nel caso di Moro se si pensa che, in occasione del trentennale del suo assassinio, si sono prodotte fiction, realizzate opere teatrali, composte musiche, addirittura riprodotta la sua prigione in una mostra sugli anni ’70 alla Triennale. La finzione, dunque, prevale sulla realtà. Non può accadere in un Paese civile, per rispetto sia della tragedia pubblica, sia del dolore privato che non chiedono né l’oblio, né di cancellare le testimonianze della violenza. Il leader libico Gheddafi ha lasciato, come monumento, l’edificio bombardato dagli americani che avevano cercato di colpirlo uccidendogli una figlia. Ma se questo esempio potesse apparire poco pertinente occorre ricordare, proprio a Roma, tutti gli edifici sacri sorti nei luoghi dove furono uccisi i martiri del cristianesimo. Pensiamo al bellissimo esempio di Santa Cecilia con la scultura del Maderno. E alla chiesa dei santi Giovanni e Paolo, e a quella di San Giovanni Decollato, a San Pietro in Vincoli.

La Chiesa onora e celebra i suoi martiri, lo Stato italiano, che ha un martire civile in Aldo Moro, assiste impotente alla cancellazione della memoria. È possibile che a decidere sia un privato, soltanto perché proprietario di quell’appartamento? Esiste per i beni artistici e storici l’istituto del vincolo, che limita il diritto di proprietà per un’opera d’arte che appartiene a una persona che non può disporne come vuole fino ad alterarla o distruggerla. Ma nella legge di tutela il vincolo può essere esteso anche ai luoghi della memoria. In questo caso la prigione di Moro in via Montalcini 8 è sommamente simbolica. E Moro, fotografato in quel sito, appare un ecce homo, così come io molti anni fa tentai di dimostrare accostando la fotografia delle Brigate rosse in cui si vede lo statista dolente e abbandonato a quella di un Cristo di Domenico Pezzi.

Ora la stanza dove Moro visse i suoi ultimi 55 giorni attende che il parquet venga lamato, cancellata la traccia della parete che celava il nascondiglio e resa neutra e anonima. L’appartamento è poco più di 100 metri quadri, è un luogo di indicibile pena a cui continuamente si rimanda per raccontare la storia di quegli anni. Qualche tempo fa il ministero provvide a vincolare i graffiti del ’68 sui muri dell’Università di Pisa. Nel caso, molto più significativo, della prigione di Moro, il provvedimento del ministero per i Beni culturali dovrebbe essere analogo: fermare il tempo e consentire alle generazioni future di conoscere i luoghi reali dove fu costretto Moro. Che senso hanno altrimenti gli insegnamenti a scuola in un tempo in cui è così facile dimenticare?

Il Comune di Roma potrebbe acquistare quell’appartamento e consacrarlo al ricordo di un martire della democrazia. Il ministero potrebbe prescrivere che non si facessero lavori inutilmente distruttivi per rendere insignificante il luogo più significativo della nostra storia recente. Non ci sono molti altri santuari, non ci sono statisti che abbiano, dopo il fascismo, perduto la vita in un momento così tragico per la democrazia. Si spendono danari per comprare ridicole opere di arte contemporanea, ambienti da rimontare nei musei. E si abbandonano e distruggono i luoghi reali.

Aggiungo che chi ha portato in Parlamento l’ultima testimonianza della Democrazia cristiana, ed è stato eletto anche una volta a Maglie dove è nato Aldo Moro e dove un monumento lo illustra con l’Unità in tasca, non può essere indifferente alla salvaguardia di quel monumento che è la prigione di Moro.