Il cowboy-imprenditore che parla ai robot

Nel 1999 ha venduto l’azienda a De Benedetti Cinque anni dopo l’ha ricomprata

Lo chiamano il cowboy. E veste come un cowboy, dal cappello texano al cinturone e agli stivaletti di cuoio. Ha un fisico robusto, più di cento chili distribuiti lungo un metro e ottantuno di altezza, sfoggia barba e capelli biondo-rossicci mentre gli occhi sono azzurri, odia la cravatta che deve avere indossato un paio di volte in tutto nella vita, ha una grande passione per la caccia col cane e per i motori anche se la Harley Davidson se l’è potuta permettere solo da pochi anni, ama i film western da quando è ragazzino, gli piace parlare nel dialetto della sua terra, che è l’Emilia, ma gli piace masticare anche chewing-gum.
Enrico Grassi, non ancora cinquantenne, è insomma un tipo particolare. Anche nel lavoro: fonda a 22 anni un’azienda di nome Elettric80 perché non vuole andare sotto padrone, poi la vende per agevolarne lo sviluppo, quindi se la ricompra in quanto scopre che i manager che la dirigono si riempiono la bocca solo di grandi strategie. E con tre soci, la trasforma in un’azienda leader mondiale nella progettazione e produzione di sistemi per l'automazione della movimentazione merci. Soluzioni all’avanguardia che, dice, «si avvalgono di robot e veicoli a guida laser».
La gavetta. Originario di Viano, un paesino a venticinque chilometri da Reggio Emilia, classe 1958 e figlio di contadini, Enrico Grassi impara a sei anni a mungere le mucche e continua a farlo sino ai venti, gioca a calcio in un paio di squadre della zona nel ruolo, spiega, «di terzino destro fluidificante» finché smette perché s’infortuna, prende il diploma di perito elettrotecnico con indirizzo elettronico al Nobili di Reggio, fa il militare nella fanteria a Gradisca d’Isonzo. E lavora per cinque mesi come manutentore alle presse in un’azienda del gruppo Iris, settore della ceramica. Poi un giorno un amico del padre gli chiede di installare l’impianto elettrico in un capannone di mille metri quadri.
Come compenso riceve un assegno di un milione di lire che, ricorda, «era il doppio di quanto prendevo in busta paga». Per lui è uno choc. Allora si licenzia con l’idea di non volere più fare il dipendente e insieme a cinque amici dà vita nel 1980, a Viano, alla Elettric80, una società di cablaggio elettrico e di software di avviamento per le imprese metalmeccaniche della zona.
Lavora in sostanza per conto terzi. E dal momento che in gran parte queste imprese realizzano ed esportano impianti industriali in vari settori, lui unisce l’utile al dilettevole: installa il software in questi impianti venduti ovunque e nello stesso tempo gira il mondo che è un’altra delle sue passioni.
Soci vincenti. Sei anni più tardi, nel 1986, la prima svolta: entrano nella società altri due soci particolarmente esperti nel progettare software tra cui Vittorio Cavirani, un parmense che è oggi responsabile delle «operations» dell’azienda, vale a dire di una serie di attività, dalla produzione all’assistenza e alla ricerca.
Nel 1990 la seconda svolta: la Elettric80 comincia a realizzare anche prodotti propri rilevando la Bieffe di Scandiano, un’azienda meccanica specializzata nella produzione di robot industriali con una trentina di dipendenti. L’anno dopo la terza svolta, quella decisiva: Elettric80 acquisisce da una società svedese che sviluppa tecnologia la licenza d’uso di un sistema laser di guida di un carrello automatico. E nel 1992 lancia, prima al mondo, un sistema di veicoli a guida laser, cioè «muletti» guidati non più da persone ma da sistemi informatici, operativi sette giorni su sette e 24 ore su 24.
Macchine magiche. Nel 1994, grazie anche alla collaborazione di uno svedese che proprio in quegli anni apre a Torino una filiale della società che ha fornito il sistema laser, Johan Castegren, nasce «Freeway», il primo sistema di palletizzazione robotizzata e di movimentazione a terra tramite veicoli a guida laser totalmente integrato.
Un sistema, spiega Grassi, «in grado di unire le fasi di produzione, magazzino e spedizione». Insomma, questi muletti fanno tutto loro: si muovono evitando persone ed ostacoli lungo il percorso, prelevano i pallet di diverse dimensioni, dalla pasta alla carta igienica, dall’abbigliamento alla birra, e li depositano da un’altra parte collocandoli anche ad altezze diverse. Anzi, si mostrano molto forti quando sollevano, a esempio, pallet di cartoni d'acqua minerale, sono invece delicatissimi quando maneggiano bottiglie di vetro. Questi robot, che sembrano usciti da film di fantascienza, sono precisi sin nei minimi dettagli raggiungendo un coefficiente di affidabilità superiore al 99,5%. E oltre a muoversi in modo preciso e veloce, riescono anche a imballare ed etichettare i prodotti con segni di riconoscimento tali da permetterne in ogni momento la tracciabilità. Un sistema, chiarisce ancora Grassi, «che ottimizza la produzione, gestisce il magazzino in modo veloce e aumenta i numeri della produzione».
Vendita con l’elastico. Nel 1999 Grassi e i suoi soci prendono una decisione non proprio semplice: dal momento che l’Elettric80 ha bisogno di robusti investimenti per sviluppare nel mondo il sistema «Freeway», vendono il 70% dell’azienda alla Sasib di Carlo De Benedetti. E continuano a lavorare in azienda ma non più come proprietari.
Ma due anni più tardi la Sasib cede a sua volta il controllo ad una multinazionale svizzera, la Sig, forte nel food e nell’imbottigliamento. Solo che poco dopo gli svizzeri sono costretti a smantellare l'intero gruppo, vendendolo pezzo dopo pezzo.
E quando Grassi, già abbastanza arrabbiato per essere sballottato da una proprietà all’altra, si rende conto che il futuro della Elettric80 non rientra tra le priorità dei manager svizzeri, nel 2004 si ricompra l’azienda con altri due soci: Johan Castegren, lo svedese che poi sarà l’amministratore delegato della società, e Vittorio Cavirani, l’esperto di software. Nel complesso i tre hanno l'81% mentre il 19% è in mano ad una multinazionale, la Tetra Pack Sidel.
Lo sbarco. Grassi, Castegren e Cavirani sono tosti. Aprono le prime due filiali, una nei dintorni di Chicago, l’altra a Göteborg. Con una curiosità: il responsabile della filiale svedese è Mikael Renstrom, vale a dire l’ex responsabile dell’azienda svedese che nel ’91 ha venduto a Grassi la licenza del sistema laser di guida. Poi filiali sorgono a Mosca, Cracovia, alla fine di quest’anno è il turno di San Paolo, in Brasile. E sempre nel 2007 viene anche aperto a Viano un nuovo stabilimento produttivo di seimila metri quadrati a fianco di quello vecchio di tremila. I dipendenti sono 180 con un’età media sui 35 anni, il fatturato è di 45 milioni di euro (le previsioni per il 2007 sono di 55 milioni), l’export incide per il 75%. Dice Grassi: «Esportiamo soprattutto software. E grazie alle tecnologie consolidate di “Freeway”, siamo ora in grado di creare soluzioni su misura».
Sposato con Alessandra Sassi, ragioniera che lavora alla Elettric80 in amministrazione, e padre di un figlio, Gabriele, perito informatico di 25 anni, Enrico Grassi è proprietario insieme al fratello minore di tre anni, Antonio, anche della Bema, una piccola azienda di Viano con 35 dipendenti e 8 milioni di fatturato, nata una quindicina di anni fa proprio da una costola della Elettric80 per produrre Silkworm, il robot-fasciatore. Una macchina in grado di fasciare 150 pallet l’ora con bobine di film da un metro, quindi più alte rispetto ai sistemi già esistenti. Il che significa fasciare con un numero minore di giri, quindi in minore tempo e con maggiore efficienza.
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