Creare un penny costa più di un penny

«Un penny per i tuoi pensieri». Il detto popolare nasconde l’ironia: l’America ci pensa e ci ripensa, adesso. La monetina più piccola, il primo passo dell’economia Usa è un paradosso vivente. Vale un centesimo di dollaro, ma produrla costa di più: un centesimo e 23, almeno. A volte anche un centesimo e quaranta. Dipende dal giorno, dipende dal mercato, dipende dal prezzo del rame e dello zinco. Il costo di questi metalli sale e allora creare un umile e misero cent diventa caro, così caro che forse non conviene più. Anzi non forse, di sicuro. La zecca americana tiene il conto e aggiorna il pennynometro. Ogni soldino prodotto il governo ci rimette un quarto di cent. La politica ha cominciato ad attrezzarsi da un po’: dal 2001 al Congresso è depositata una proposta di legge che vuole condannare il centesimo a una naturale estinzione arrotondando a zero i prezzi dei beni di consumo. Per molti americani quella per salvare il penny è la cenerentola delle cause: i penny fanno tenerezza, ma di fronte a una perdita economica non li salverebbe neanche il più buono dei buonisti. E però il paradosso si alimenta di continuo: nel 2005 scorso la zecca americana ha coniato 7,7 miliardi di penny, più del doppio di tutte le altre monete prodotte. Nei primi tre mesi del 2006 il passo di produzione è salito ancora: alla fine dell’anno in circolazione c’erano nove miliardi di nuovi esemplari. Un nonsenso. E invece il numero enorme di penny in circolo è legato all'esistenza delle tasse di vendita che in molti stati sono aggiunti alla cassa al prezzo dell'oggetto e che assicurano che sia necessario dare un resto in centesimi al consumatore. Il resto dev’essere preciso, per legge. Un cent è fondamentale, allora. Come quando nacque un altro detto: to spend a penny, che per tutti in Inghilterra come in America, significa garbatamente «vado in bagno». Perché per entrare nei bagni pubblici una volta bisognava pagare un penny.