Il crollo nei sondaggi del profeta del terrore

La ricomparsa in video di Osama bin Laden è un promemoria che gli estremisti che impiegano metodi di assassinio e di morte continuano a minacciare gli innocenti di tutto il mondo. Il suo riemergere dopo tre anni di latitanza dà anche la possibilità di fare un bilancio di come il mondo consideri oggi questo leader terrorista, e di come questa immagine stia diventando ancor più nera di quanto non lo sia la sua barba tinta di recente.
La gente in America e in molti altri Paesi occidentali ha sempre espresso la più profonda disapprovazione per bin Laden e per Al Qaida fin dagli attacchi dell’11 settembre. Quello che però è un fatto nuovo è il brusco declino della sua figura nei Paesi a maggioranza musulmana.
I sondaggi effettuati nelle due nazioni che più di tutte hanno subito le peggiori violenze di Al Qaida - Afghanistan e Irak - mostrano che oltre il 90% di queste popolazioni ha un’immagine sfavorevole tanto di Al Qaida quanto dello stesso bin Laden.
I sondaggisti affermano che è già difficile trovare un 90% di persone che concordino sul fatto che la torta di mele, l’«apple pie», è americana. Tuttavia, già due anni fa dei sondaggi effettuati in Turchia avevano evidenziato che il 90% dei cittadini di quel Paese crede che le bombe degli attentati di Al Qaida a Londra, Istanbul, Madrid e in Egitto siano state ingiuste e sleali; l’86% considera che non esistano scusanti che possano giustificare gli attentati dell’11 settembre; e il 75% afferma che bin Laden non rappresenta i musulmani.
Il sostegno alle tattiche del terrorismo è crollato in sette degli otto Paesi a maggioranza musulmana che sono stati oggetto di sondaggi in quanto facenti parte dal 2002 del Pew Global Attitudes Project (un progetto che indaga sugli atteggiamenti delle popolazioni mondiali). In molti casi, questo crollo di consensi è stato drammatico. Se cinque anni fa, in Libano, il 74% della popolazione affermava che in alcune circostanze gli attentati suicidi con gli uomini-bomba potevano essere giustificati, oggi la percentuale è crollata al 34% - ancora troppo alta, ma con forti segnali di una netta inversione di tendenza. Un analogo calo di consensi si è verificato in Bangladesh, Pakistan, Indonesia e Giordania.
La cosa forse più significativa è che le popolazioni musulmane respingono sempre di più i tentativi di bin Laden di snaturare la loro fede. La WorldPublicOpinion.org ha rilevato nello scorso aprile che ampie maggioranze di popolazione concordano in Egitto (88%), Indonesia (65%) e Marocco (66%) con l’affermazione che «gruppi che usano la violenza contro i civili, come Al Qaida, violano i principi dell’islam. L’islam si oppone a tali violenze». Questi mutati atteggiamenti stanno cominciando a concretizzarsi in azioni. I capi sunniti della provincia irachena di Anbar collaborano con le forze della coalizione contro al Qaida perché, come ha affermato uno dei leader locali ai giornalisti, tutto quello che portano i terroristi è il caos - «uccisione di persone, furti di bestiame, infamie di ogni genere».
Dopo i recenti attacchi terroristici in Algeria, i dimostranti gridavano per le strade: «I terroristi non sono dei musulmani» e «No al terrorismo; non toccate la mia Algeria». Ma anche se è un buon segno che i gruppi terroristici come Al Qaida siano considerati una minaccia per tutti, molti sondaggi indicano tuttavia che molto resta ancora da fare per riuscire a migliorare la percezione all’estero degli Stati Uniti. Il crollo del sostegno all’estremismo violento offre l’opportunità di espandere i nostri sforzi per accrescere gli interessi comuni che abbiamo con le popolazioni d’Oltreoceano e collaborare con loro per contrastare i tentativi di Al Qaida di radicalizzare i giovani. La sempre più intensa propaganda delle attività di al Qaida su Internet esalta la violenza e cerca di sfruttare il malcontento delle popolazioni locali, dall’oppressione politica alla mancanza di opportunità economiche. Per contro, i programmi della diplomazia americana cercano di impegnare i giovani in maniera costruttiva, tramite l’insegnamento dell’inglese, gli scambi culturali, la musica e la diplomazia dello sport. Questa estate abbiamo collaborato con i governi locali di alcuni Paesi a maggioranza musulmana perché potessero ospitare dei programmi di insegnamento dell’inglese, di guida alla leadership e alla cittadinanza per i giovani. Era la prima volta che molti di questi giovani incontravano un americano. Le valutazioni finali hanno evidenziato che l’iniziativa ha lasciato una visione molto più positiva del nostro Paese.
Quest’anno insegneremo l’inglese a migliaia di giovani in più di 40 Paesi a maggioranza musulmana. In Marocco ho incontrato un gruppo di giovani nello stesso quartiere che ha prodotto gli uomini-bomba suicidi del 2003. Quando ho chiesto a un ragazzo quali differenze avesse portato nella sua vita l’aver imparato l’inglese, mi ha risposto: «Ho un lavoro, mentre nessuno dei miei amici ce l’ha». Questo ragazzo ha ora anche una speranza, una ragione per vivere piuttosto che uccidere se stesso e altre persone facendosi esplodere in un attacco suicida.
Grazie al forte sostegno «bipartisan» che abbiamo avuto dal Congresso, stiamo ampliando i nostri programmi educativi e di scambio e stiamo anche portando qui da noi dei testimoni e opinionisti privilegiati, dei «key influencers» quali giornalisti e uomini di fede, perché possano sperimentare l’America su se stessi.
Questo tipo di programmi è soprattutto prezioso per combattere gli stereotipi e la cattiva informazione che gli estremisti radicali mettono in circolazione per infilare un cuneo che separi le nostre culture e i nostri Paesi. L’ultimo video di Osama bin Laden è un promemoria che ci dice che Al Qaida offre soltanto distruzione e morte. I terroristi di Al Qaida assassinano chi non è d’accordo con loro, musulmani inclusi. I loro attentati nelle moschee, nei santuari e perfino nelle cerimonie nuziali confermano che a loro non importa nulla uccidere dei musulmani innocenti.
Come ha detto una donna algerina, «sono criminali che vogliono sabotare il Paese». Questo è un messaggio che le parole di bin Laden non ci trasmettono, ma le sue azioni sì. A sei anni di distanza dall’11 settembre, le persone perbene e oneste di ogni fede e cultura respingono con sempre maggiore forza i suoi metodi brutali.
*sottosegretario di Stato Usa