Da Alfredino a Rigopiano, storia di tragedie (e salvataggi)

Terremoto o altra calamità, sotto le macerie o sott’acqua ci siamo noi, c’è l’Italia. E ogni volta speriamo e preghiamo di venirne fuori. Da soli o grazie a qualche angelo salvatore...

Estrazioni, recuperi, salvataggi. Quasi sempre diventano emblema di un momento del Paese, di un’esaltazione collettiva o di una depressione profonda.

I bambini e gli adulti tirati fuori dall’inferno bianco del Rigopiano sul Gran Sasso sono gli ultimi di una serie. Sopravvissuti per 50 ore in quella che per altri più sfortunati di loro è diventata una tomba di neve.

Il 10 giugno 1981 verso le sette e mezzo di sera un bambino di 6 anni cadde in un pozzo artesiano mentre tornava a casa dopo essere stato a passeggio con il padre. La storia di Alfredino Rampi divenne la prima tragedia in diretta televisiva della storia italiana. Attorno a quel pozzo si radunarono le mille facce di un Paese che voleva disperatamente tirare fuori Alfredino da quel maledetto canale artesiano. La tavoletta che i primi soccorritori in divisa calarono nel pozzo si rivelò poi il coperchio tombale per il piccolo, bloccando ogni possibilità di accesso. Con il passare delle ore giunsero aspiranti salvatori da ogni parte d’Italia, arrivò il presidente della Repubblica Sandro Pertini, sonde, escavatrici e quant’altro. Una sequela di tentativi, improvvisazioni, alcuni volontari sfiorarono Alfredino senza riuscire a tirarlo su. Il bambino morì 60 ore dopo la caduta e fu recuperato solo 28 giorni dopo la sua morte. Alla fine fu l’Italia a finire (e un po’ a morire) in quel pozzo. L’Italia che cercava di uscire faticosamente dagli anni di piombo, dalle stragi di Stato, dagli scandali legati alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, i cui elenchi erano stati scoperti dai magistrati il 17 marzo 1981. Fu una mazzata tremenda, solo in parte il Paese avrebbe aspettato la Coppa del Mondo vinta dai ragazzi di Bearzot ai Mondiali di calcio di Spagna un anno dopo per iniziare la risalita umorale.

Notte tra il 5 e il 6 maggio 1998. Cede il costone di una montagna tra Sarno, Quindici, Siano e Bracigliano, a cavallo tra le province di Salerno e Avellino. 160 morti, una tragedia immane, le polemiche di sempre sui ritardi nei soccorsi. Uno studente sarnese di 23 anni, Roberto Robustelli, viene estratto vivo da quell’enorme sarcofago di fango che è diventata la frazione Episcopio dopo oltre tre giorni. Un lampo di speranza in una tragedia nera, che tra l’altro non doveva disturbare i manovratori dell’epoca e la “festa” per l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea (2 maggio 1998), il mitico euro, come veniva presentato allora. Il salvataggio di Roberto fu una grande gioia soprattutto individuale ma poco collettiva, in un periodo in cui la festa per l’euro non andava interrotta e il vento della secessione leghista alimentava i pregiudizi verso il Meridione d’Italia.

Isola del Giglio, 13 gennaio 2012, ore 21e45. La nave da crociera Costa Concordia fa un “inchino” sottocosta in onore di un comandante in pensione. L’urto con alcuni scogli è devastante, la nave si inclina su un fianco, il comandante Francesco Schettino abbandona la Concordia senza assicurarsi che tutti i passeggeri siano sbarcati in sicurezza. Muoiono 32 persone, annegate a pochi chilometri da Giglio Porto. Una mazzata devastante per un’Italia già provata dalla cura da cavallo impostale dal governo tecnico del professor Mario Monti, subentrato come presidente del Consiglio a Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. Una mazzata per un Paese alle prese con una stretta fiscale soffocante, capace di abortire qualsiasi idea di ripresa economica. Si diffonde la sensazione che l’Italia anneghi proprio in vista delle coste, del porto, della salvezza. L’immagine del comandante Schettino in fuga diventa mentalmente quella di governanti che lasciano sola l’Italia ad affondare. Poco importa che i sopravvissuti siano quasi 5mila e che la decisione di Schettino (successiva alla sua imperdonabile leggerezza scatenante il naufragio) di andare verso la costa abbia evitato un’ecatombe. Resta la sensazione depressiva di un Paese che non ce la fa.

E arriviamo ai giorni nostri, al 18 gennaio 2017, la slavina che trasforma un resort ai piedi del Gran Sasso in un sarcofago bianco. I soccorsi in ritardo, le inefficienze, poi la bufera affrontata in sci, adulti e bambini che escono fuori vivi dal buco aperto in quell’orrido ammasso dai vigili del fuoco. L’Italia di Gentiloni, narcotizzata e desiderosa di normalità dopo i fuochi fatui del renzismo. E l’idea che, forse, si può resistere, si può ripartire, che quando tutto sembra perduto c’è un colpi di reni che ti tiene attaccato disperatamente alla vita e alle persone che ami.

Terremoto o altra calamità, sotto le macerie o sott’acqua ci siamo noi, c’è l’Italia. E ogni volta speriamo e preghiamo di venirne fuori. Da soli o grazie a qualche angelo salvatore...