Autostrada del Sole, 50 anni fa nasceva la spina dorsale dell’Italia

Correndo a ritroso su quei 755 chilometri di asfalto che hanno fatto la storia del nostro Paese. A quegli uomini e a quelle idee va tutta la nostra riconoscenza

La prima auto che varca il casello di Milano è una Fiat 1100. Il 4 di ottobre del 1964 l’Autostrada del Sole viene inaugurata. Bellissima. In poco meno di otto anni e, in anticipo sulla tabella di marcia, vengono costruiti 755 chilometri di asfalto, 113 ponti e viadotti, 572 cavalcavia, 38 gallerie e 57 raccordi. Duecentosettantadue miliardi di lire, il costo per portare a compimento l’opera. Quindici milioni complessivi di giornate lavorative, 52 milioni di metri cubi di terra scavata all’aperto, 1,8 milioni di metri cubi di terra scavata in galleria. Cinque milioni di metri cubi di murature e calcestruzzo. Sedici milioni di metri quadrati di pavimentazioni, 2500 tombini.

La nostra A1 compie 50 anni. Spina dorsale dell’Italia del boom economico che, collegando Milano a Napoli, rende più vicini Nord e Sud. Serve soprattutto a portare la gente del Sud nelle fabbriche al Nord e le merci del Nord su mercati del Sud. Contribuisce a rendere meno isolati tanti territori lontani dal resto di un Paese che corre a 100 all’ora.

Il 4 ottobre 1964, festa di San Francesco (patrono d’Italia), al casello di Firenze, il presidente del Consiglio Aldo Moro inaugura l’opera. Accanto a lui c’è Giuseppe Petrilli presidente dell'Iri, Istituto per la Ricostruzione Industriale, braccio in cemento armato dello Stato che, attraverso la sua Società Autostrade, guidata da Fedele Cova, ha appena realizzato un’opera di ingegneria apprezzata in tutto il mondo. La posa della prima pietra è del maggio 1956. Quattro mesi dopo i nostri ingegneri partono per gli Stati Uniti per studiare le autostrade americane. È una lunga storia. Ma andiamo con ordine.

San Donato, Milano, 19 maggio 1956. Quello che si inaugura è un tratto di strada dritta. Milano e Napoli non sono mai state così vicine. Si riduce a meno di otto ore un viaggio che si faceva in due giorni. I giornalisti sono scettici, le banche non si fidano, gli americani ci prendono in giro. Ma quel progetto, per la Società Autostrade rappresenta più di un enorme appalto rischioso e quasi impossibile. Si tratta di un segno di unità. Di ciò che diventerà un simbolo della rinascita italiana. Una dimostrazione della determinazione e delle capacità di ingegneri, tecnici e operai contro una burocrazia lenta e una politica che dall’alto dei seggi attende solo che la macchina dei lavori rallenti, si fermi e il sogno svanisca.

L’autostrada comincia a prendere forma. Scavalchi il Po, buchi l’Apennino e, oltrepassata Roma, raggiungi Napoli in anticipo sui tempi previsti. Il primo tratto Milano-Parma viene inaugurato l’8 dicembre 1958. Quel giorno e solo quello si viaggia gratis.

La Bologna-Firenze è un pullulare di viadotti che fanno tenere il fiato sospeso. Qui si reclutano maestranze montanare che non soffrono di vertigine, capaci di costruire impalcature di ferro alte fino a 100 metri. Gli 85 chilometri della Firenze-Bologna vengono ultimati il 3 dicembre 1960 e inaugurati da Amintore Fanfani. Meno di due anni dopo, il 22 settembre del 1962, è la volta della Roma-Napoli.

Questo grande passo viene raccontato magistralmente dal romanzo di Francesco Pinto dal titolo “La Strada dritta”. Prima tappa della sua trilogia sugli anni d’oro dell’Italia (ne seguiranno “Il Lancio perfetto” e “I giorni dell’oro”). Pinto racconta una delle più importanti, se non la più importante, opera del secondo dopoguerra. Una creatura nella quale in pochi credevano, ma che ha ridato vigore a un popolo avvilito e stremato dal conflitto mondiale. Dopo aver letto questo romanzo si guarda con occhio diverso a quei ponti e a quei viadotti. Se ne annusa la storia, il cemento, il catrame. E le fatiche spese per costruirli - con il loro bagaglio di gioie e di dolori - resteranno eterne.