La barbarie social della morte in diretta Facebook

Una generazione connessa ma scollegata dalla realtà

U n ragazzo di 24 anni perde la vita schiantandosi da solo con il motorino. Un altro, di poco più grande, lo riprende in diretta Facebook con il cellulare. Poi condivide il filmato in vari gruppi cittadini, per essere certo che qualcuno lo veda. Like, like like. Un mantra nella mente di una generazione di socialegomostri. «Se guardate questa diretta, chiamate i soccorsi. A chi si deve telefonare in questi casi?». Connesso alla rete, disconnesso dalla realtà. E quando in rete, gli internauti lo attaccano, si difende affermando che era sotto choc. Che i soccorsi li aveva già chiamati qualcun altro, che voleva condividere il suo dolore, perché in quel momento si sentiva solo, nessuno lo abbracciava. Non gli è passato per l'anticamera del cervello che a sentirsi solo mentre moriva era Simone, che invece di prendere in mano il cellulare avrebbe dovuto prendere la sua mano. Non si è chiesto se quel video poteva essere visto da chi Simone lo ama. In quel momento c'era solo lui, protagonista senza esserlo di una tragedia che non era la sua, ma che doveva diventarlo. Dice che è colpa di una società che vuole tutto in diretta e che non ha valori. Ma le società non sono fatte dai sassi. Sono costruite dalle persone, dalle scelte di vita e anche da quelle di chi assiste alla fottuta concretezza di una morte assurda, che arriva improvvisa e vera. E che senza rispetto né pudore usa quella fine per ottenere una visibilità senza la quale probabilmente sente di non esistere. Resosi conto del disvalore del suo atto ha detto di avere anche chiamato il Vaticano per chiedere una preghiera. Ecco, il Vaticano. Mica un prete qualunque. Si sa mai che lo chiami il Papa. Mi viene in mente quell'Homo Videns di cui parla il politologo Giovanni Sirtori, involuto e incapace di un'attività simbolica che distanzia l'uomo dall'animale e dà senso e valore alle cose del mondo. L'Io di certe persone nella realtà oggettiva è assente, disintegrato, inesistente. È paradossalmente percepito concreto solo nella realtà virtuale del World Wide Web, nel momento in cui si supera ogni limite fisico, morale, filosofico. A dire: fino a che non condivido, non solo non riconosco me stesso, ma neanche quello che accade di fronte ai miei occhi. Che non è solo immagine da trasmettere, ma esperienza, mondo, in questo caso una vita che finisce. Posto, ergo sum. Lo stesso meccanismo di chi fa mille battaglie sui social, e che poi, quando è il momento di agire per davvero, di andare in piazza, di esprimere un voto, scrive: Ci sono con il cuore (con tanto di icona).

La coscienza è salva. La realtà oggettiva no.