Quei dieci furbetti del cartellino al porto di Bari

Erano addetti alla vigilanza, ma alcuni di loro farebbero parte di un clan della mala

Erano in dieci e si assentavano durante le ore di lavoro nel porto di Bari per ragioni personali. Così alcuni dipendenti della cooperativa "Ariete" che gestisce servizi all'interno dello scalo pugliese sono finito sotto inchiesta. Timbravano e, invece di occuparsi di vigilanza e sicurezza, lasciavano il luogo di lavoro. Oltre a loro ci sarebbero stati, secondo le indagini portate avanti dal pm antimafia Isabella Ginefra, altri colleghi che, invece, commettevano reati all'interno del porto durante i turni lavorativi. Si parla di truffa ai danni dell'autorità portuale e quindi ai danni dello Stato trattandosi di un ente pubblico, come si legge su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Sulla cooperativa in questione in realtà era già aperta un'altra inchiesta (che ha portato lo scorso 19 aprile a diciotto arresti tra cui il fratello del boss Capriati condannato all'ergastolo e in regime carcerario di 41bis) su presunte infiltrazioni del clan Capriati nella cooperativa. Tra i dipendenti c'erano già pregiudicati che, per paradosso, si occupava della sicurezza all'interno del porto. Questo fascicolo vede cinquanta indagati per associazione mafiosa e a delinquere finalizzate al traffico di stupefacenti e armi da guerra.
Da quanto si legge dalla stampa locale, pare che l’ex responsabile del personale dell' "Ariete" abbia dichiarato agli investigatori che l’elenco del personale da assumere nella cooperativa "fosse stato proposto dalla stessa Autorità Portuale".