Caso Bija, prima risposta del Viminale: "Entrato in Italia con documento falso"

Il trafficante Bija avrebbero fornito alle autorità italiane un falso documento: è questa la prima difesa del Viminale a seguito delle notizie uscite pochi giorni fa circa la partecipazione del pericoloso criminale libico in un vertice tenuto nel 2017 al Cara di Mineo

Arriva una prima, seppur non ufficiale bensì “ufficiosa”, risposta del Viminale in merito al caso Bija. Come si sa, alcuni giorni fa l’Avvenire pubblica un reportage dove si dimostra la presenza del trafficante riconosciuto come Bija presso il Cara di Mineo.

Un incontro quello, effettuato l’11 maggio 2017, che avviene nell’ambito dei colloqui tra delegazioni di funzionari italiani e delegazioni libiche volte ad attenuare l’emergenza sbarchi molto sentita in quel momento.

All’interno della delegazione libica, per l’appunto, vi è Abdou Rahman: il suo nome di battaglia è Bija e pronunciarlo lungo le coste nordafricane potrebbe mettere molta paura tra i migranti in attesa di partire. È lui infatti ad essere riconosciuto come uno dei più temibili gestori della tratta libica, colui che nella sua Zawiya, cittadina costiera ad ovest di Tripoli, organizza ogni aspetto dei viaggi della speranza.

La scoperta dell’incontro organizzato al Cara di Mineo, desta ovviamente polemiche ed inquietudini proprio per via della presenza di Bija. Da più parti si inizia a chiedere come mai uno dei più spietati trafficanti, la cui pericolosità è nota a livello mediatico già dal 2016, si trova in Italia nel contesto di una riunione ufficiale.

Bija, si legge nell’articolo di Avvenire, è in Sicilia in qualità di funzionario del ministero degli interni di Tripoli, oltre che come rappresentante della Guardia Costiera libica.

Se da un lato sono ben noti gli intrecci tra autorità tripoline e milizie che controllano de facto buona parte del territorio della Tripolitania, dall’altro non è certo giustificabile la presenza di un soggetto come Bija in Italia in qualità di rappresentante libico.

Come detto, dal Viminale arriva una prima risposta: “Il comandante Bija – recita una fonte del ministero dell’interno riportata su Avvenire – avrebbe ottenuto il visto per l' Italia fornendo al momento della domanda delle generalità diverse da quelle reali, probabilmente presentando un documento falso”.

Dunque, non ci si è accorti del soggetto in quanto il suo documento presentato alle nostre autorità risulta falso. Come dire che, da parte del ministero dell’interno, non c’era la volontà di legittimare un pericoloso criminale quale interlocutore ufficiale.

La risposta ufficiosa del Viminale arriva dopo le accuse di lunedì, lanciate direttamente da Ginevra, da parte dell’Oim: l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei migranti, smentisce infatti alcune indiscrezioni trapelate la settimana scorsa circa la responsabilità di aver organizzato quell’incontro in cui è presente Bija. L’Oim fa presente che, al contrario, tutto parte dal Viminale all'epoca retto dal ministro Marco Minniti.

La risposta da parte del ministero dell’interno rischia però di creare ancora più polemiche: in primis perché, anche ammettendo un errore, appare comunque grave che un criminale come Bija entri in Italia senza essere riconosciuto.

Nei prossimi giorni, sul caso della presenza di Bija in Sicilia, non dovrebbero mancare ulteriori colpi di scena: nelle scorse ore, anche la trasmissione di Italia Uno “Le Iene” si è interessata al caso, in un servizio in cui viene confermata la caratura criminale del trafficante lungo le sponde libiche del Mediterraneo.